...curioso nel mondo!!!


...curioso nel mondo!!!

I gatti sono curiosi, sornioni, saggi e liberi.



La ricerca continua del filo conduttore del significante

mi porta ad infilare i baffoni in molti luoghi interessanti...







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lunedì 20 novembre 2017

L'amore rubato di Dacia Maraini


Nel nostro circolo di lettura in Corte Dalì ho incontrato il libro di Dacia Maraini "l'amore rubato".
In anni di fervida lettura, oltre ai classici, ai saggi e ai romanzi, mi sono ovviamente imbattuta spesso anche nella letteratura al femminile che porta in sè delle sfumature intimistiche e sottili della sfera dell'anima. Purtroppo è capitato di leggere, anche, delle minuscole e atroci violenze che troppo spesso accompagnano le donne nella vita.
Violenze continue, sin da bambine, quando si viene derise delle proprie sensualità prive di malizia, quando dei passi di danza sinuosi che si improvvisano nel mondo dell'esordiente femminile, subito sono trasformati negli occhi di chi vede in sessualità, ammiccamento...quando  nella ricerca di carezze spesso, troppo spesso, da tenere si tramutano  velocemente in avide. 
Ho incrociato libri di donne violate, di donne caparbie, di femministe convinte...
Ma questo libro della Maraini credo sia stato uno dei più espliciti che abbia mai incontrato.
Non tanto perchè si sofferma sui particolari truculenti, questo anzi, e purtroppo, è sempre molto comune e sottolineato dalla stampa o dalla letteratura in genere, in questo libro, invece, quello che trovo esplicito e drammatico è l'amore. 
La Maraini racconta fin troppo bene la trappola mortale dentro la quale sono imprigionate queste donne violate nell'anima, nella fiducia, nell'accoglienza, nel ritenersi degne anche solo di vivere.
Storie di donne che soffocano dietro ad un amore, vero e sincero, dolce e struggente, per un mostro che giorno dopo giorno le frammenta, giorno dopo giorno le rende davvero colpevoli. 
Sì perchè questo è il meccanismo perverso dove vittima e carnefice si alimentano vicendevolmente in una spirale di dolore e disperazione, spesso nascosti dietro ad un velo (spesso però) di amore.
Perchè una donna non si ribella a tali suplizzi? Perchè non può, perchè ama, perchè alla lunga dubita di sè e del proprio diritto ad essere accettata e amata.
Lungi da me voler assolvere o anche solo giustificare i mostri che pestano o uccidono le loro donne... semplicemente questo libro mi ha portato a consapevolezza che non ci sono solo le violenze estemporanee, dell'uomo che passa... ma ci sono le violenze sottili, costruite giorno dopo giorno, figlie di sofferenze e disperazioni: sia della vittima, ma anche del carnefice... e purtroppo si segnano destini inestricabili, le velenose spire della violenza non lasciano scampo... e tutti soccombono: la vittima, il carnefice, la società che non interviene, la scuola che non ha notato, i medici che non hanno curato... non sono le botte, i lividi, le lacerazioni e le fratture che vanno curate... sono dolori atavici e profondi, anime frantumate... che tornano in vita solo in questi scenari... per poi rimorire ogni volta più inabissati che mai, nel buoio, nelle grida, nel sangue, nella vergogna.
Un libro forte, non particolarmente truculento, quasi delicato nel pennellare certe sfumature di una condanna che si costruisce attimo dopo attimo...
e lo consiglio, a uomini e donne, perchè non ci si accorge... come giorno dopo giorno sale una marea che, prima o poi, non potrà essere fermata... e non si tratta di uomo o donna.... incredibilmente si tratta di amore....
 riconciliamoci con l'amore, perchè alimento queste sciagure quando parlo male del mio vicino, della collega, di un mio amico, quando proietto giudizi sugli altri, quando etichetto, quando dimentico che ogni anima ha bisogno di una carezza, prima di ogni altra cosa!
E la violenza si alimenta da sè: dagli animali maltrattati, dalle cartacce per terra, dalle risate sarcastiche, dall'indifferenza, dalla maldicenza, dall'ignavia, dal razzismo, dal populismo, dall'intolleranza... 
La violenza è annientata dall'altruismo, dalla fratellanza, dalla generosità, dalla gratitudine, dalla fortezza d'animo, dalla presenza di spirito, dalla capacità di rinunciare... 
dal perdono.
Bel libro davvero... quasi si percepisce quell'amore... anche se fa male!

domenica 30 luglio 2017

Momo: apologia del Tempo


 In questi giorni immoti, dove si susseguono sparse letture diverse, è passato fra le mie mani un romanzo molto carino e interessante: 
"Momo" di Michael Ende.
Come di consueto, in particolar modo con questo autore, c'è un momento in cui la vicenda si impossessa del mio pensiero e l'unico desiderio possibile è quello di finire il libro.
Oggi è capitato così, ho letto a perdifiato sino alla parola fine.
Ende è un genio, riesce ad affrontare argomenti antropologicamente fondanti con grande freschezza e ricchezza di immagini. Le letture scorrono gradevoli e semplici, eppure si narra sempre di "vicende" umane assai interessanti e complesse.
In molti libri Ende offre rocambolesche storie che narrano della capacità di sognare, desiderare, come presupposto irrinunciabile per imparare la magia (di vivere, di amare, di essere).
Inaspettatamente Momo parla d'altro, tutta la trama disquisisce su un altro tema molto intrinseco all'uomo stesso: il Tempo!
Ripeto: Ende è un genio!
Per il mio gusto personale, ha trovato un modo di esporre concetti sublimi sul tempo, inventando e creando immagini così narrative e suggestive da offrire un panorama onirico del concetto stesso di tempo e di Libero Arbitrio.
La bambina (innocente, quindi pura) non subisce il fascino dei detrattori di Tempo (quindi di vitalità), anzi riesce a penetrare importanti misteri del mondo, per questo riesce a salvare tutti i suoi amici. (nonchè gli uomini in genere). 
Quello che ho apprezzato è che il salvatore non si sia dovuto sacrificare ed anche che si trattasse di una femmina (bambina).
L'incanto, la meraviglia, l'accoglienza dell'innocenza salveranno il mondo dai depredatori di Tempo e gioia. Sì perchè chi si affanna per risparmiare tempo, chi vive colla misura del Tempo, in verità non vive, perde pian piano la gioia di vivere, l'unica vera libertà esercitabile da ogni uomo.
Ho anche apprezzato che la bimba, pur essendo autosufficiente emotivamente, pur essendo pura e senza particolari bisogni, sufficiente a se stessa insomma, nonostante questo non si accontenta della contemplazione e apprezza, ricerca ed ama la compagnia e la relazione umana, attraverso il suo più grande talento Ascoltare.
Altro fattore che apprezzo molto, quest'ultimo, perchè penso che si è sempre meno capaci di entrare serenamente nelle relazioni, concedendosi curiosità e rispetto reciproci, e in questo libro lo fa intendere con semplici immagini.
La trama è semplice e veloce, ma i significati, gli stravaganti personaggi e i cambi veloci, rendono la lettura gustosa e piena di stimoli di pensiero.
Ancora una volta grazie Ende


"Esiste un grande eppur quotidiano mistero. Tutti gli uomini ne partecipano ma pochissimi si fermano a rifletterci. Quasi tutti si limitano a prenderlo come viene e non se ne meravigliano affatto. Questo mistero è il tempo. Esistono calendari ed orologi per misurarlo, misure di ben poco significato, perché tutti sappiamo che talvolta un'unica ora ci può sembrare un'eternità, ed un'altra invece passa in un attimo... dipende da quel che viviamo in quell'ora. Perché il tempo è vita. E la vita dimora nel cuore."
dal libro Momo

martedì 17 maggio 2016

Pentecoste la festa della Fratellanza

Oggi è la festa di Pentecoste, una festa molto particolare, poco conosciuta, in verità, nella nostra cultura. Sebbene sia un'importante festa liturgica, non viene festeggiata ed è persino poco ricordata. Passa inosservata ai più e non si ricorda bene il suo significato (a parte i devoti ovviamente).
Più o meno praticanti tutti sanno di cosa trattano o cosa commemorano altre feste come il Natale, la Pasqua e persino l'ascensione, invece la Pentecoste è sempre rimasta un pochino in sordina.
Lo scopo originario di questa festa era il  ringraziamento a Dio per i frutti della terra, successivamente, dopo la venuta del Cristo, come descritto negli Atti degli Apostoli, è la discesa dello Spirito Santo su Maria e appunto gli Apostoli. Si legge quanto segue: 
  «si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti, di ogni Nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua. Erano stupefatti e, fuori di sé per lo stupore, dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?…».

Non sono un'esperta di liturgia e non è mia intenzione spendermi in spiegazioni religiose di cui non sarei assolutamente all'altezza, mi interessa però soffermarmi sul significato simbolico da un punto di vista antropologico (e se vogliamo antroposofico, infatti per chi volesse approfondire l'argomento consiglio la lettura di questo libro di Steiner).

La Pentecoste è la festa che celebra la dignità, l'importanza e il valore dell'individualità di ognuno rispetto al cosmo intero, definisce come in ogni individuo ci sia la scintilla di unicità, di divinità e sacralità. 
Ogni uomo ha in se lo Spirito Santo. Inoltre, sempre pensando al pezzo sopra citato, è interessante sottolineare come, questo primigenio momento di individuazione dell'io rispetto alla tribù o razza di appartenenza, sia l'inizio di un cammino di cosmopolitismo e fratellanza. E' la festa che rende onore all'individuo tra altri individui.
Penso sia la più bella festa dell'anno ed è molto bello che abbia la sua radice storica nel ringraziamento per i frutti donati dalla terra (e dal cielo aggiungerei).
Il dono divino di essere uomini, unici, irripetibili ma insieme come un grande organismo (l'umanità).



E oggi la mia piccolina ha festeggiato alla Scuola Materna la Pentecoste, simbolicamente, tutti vestiti di bianco come colombelle di pace, i bimbi hanno festeggiato con una bella storia, insieme ai genitori (pure noi vestiti di bianco), con una bella canzoncina e un momento dolce di convivio: a ricordarci che facciamo parte di un unico amore per la terra e il nostro prossimo.
E così è stato in questo scorcio di sole regalato, in giorni di varesina piovosità, ci siamo tenuti per mano in girotondi danzanti, abbiamo condiviso del cibo e poi con alcune mamme siamo andate a fare un giro al lago... scintillante, nutriente, caldo e... come si fa a non ringraziare con il cuore di questi doni offertici dalla vita stessa.
Pentecoste festa della Fratellanza, dove non contano le razze, le lingue o le differenze, ma l'unica cosa vera che esiste è l'amore: divino, individuale, naturale, e ad ognuno il suo dono a cui inviare immensa gratitudine (liturgico, religioso, spirituale o prosaico che sia)


lunedì 22 febbraio 2016

Borsetta o bagaglio?



In questi giorni mi ritrovo affannata a rincorrere mille cose che mi interessano o che devo fare (!!). Arrivo a casa issandomi in cima ai due piani di scale (due) con i gomiti, praticamente lancio le innumerevoli borse e borsette che mi porto dietro sul tavolo, piuttosto sconsolata.
Ecco proprio di questo volevo parlare: il bagaglio!
Il bagaglio non è una necessità solo per giri fuori porta, vacanze o viaggi, il bagaglio è quell'insieme di cose che potrebbero esserci utili quando non si è in casa.
Tenendo conto che ci sono giornate che esco di casa alle 7.00 del mattino e ci torno tra mezzanotte e l'una, necessito di un bagaglio!
Sono spesso basita vedendo simpatiche donne che vanno in giro con mini borsette, poco più grandi del mio portafoglio, leggere e felici. 
Mi domando come facciano.
Mi piace la canzone di Noemi "la borsa di una donna" che in qualche modo esprime un pò dell'universo che si nasconde dentro quell'appendice (la borsa) irrinunciabile per quasi tutte le donne (per me sicuramente).
La borsa, pensabile come primo bagaglio a mano della giornata, contiene infinite inutilità e  insieme infinite "indispensabilità". (mi piace questo termine vorrei registrarlo come neologismo... ma esisterà sicuramente già... ).
Tra gli oggetti irrinunciabili troviamo il portafoglio che come una matriosca a sua volta contiene parti intime, biglietti, carte ed altri oggetti, tra cui solo marginalmente compare il denaro, nel portafoglio poi è racchiusa la nostra identità, quei piccoli ricordi preziosi e soprattutto il bancomat. 
Poi tra gli oggetti borseschi ci sono i fazzoletti di carta, assolutamente indispensabili, capita sempre di finire in qualche bagno senza carta igienica o di versare una lacrimuccia occasionale, in questi casi il fazzoletto di carta salva la vita. Poi nella borsa non possono mancare uno specchietto e il burro cacao, anzi a dirla tutta sarebbe meglio un piccolo astuccio con i trucchi base, un elastico per capelli, una pinzetta e almeno un rossetto. Tra gli altri miei gadget del bagaglio a mano troviamo: gli occhiali da sole, le chiavi, una chiavetta (almeno) Usb, una penna o una matita (per quel che mi riguarda anche una serie di accendini e il tabacco) e per finire l'AGENDA... non si può andare in giro senza qualcosa su cui scrivere. 
Ah già, dimenticavo l'accessorio moderno irrinunciabile: smartphone e caricabatteria annesso. 
Bene questa è la dotazione minima di una borsa. da qui la mia immensa perplessità sulle mini borse a tracollo... 
forse qualcuno ha reso possibile la magia del gonnellino di Eta Beta? 
Perchè se così fosse farei carte false per averlo...
Va beh, questa è solo la borsa, oggetto che ci si porta via di casa sia uscendo per 5 minuti o 5 ore.
Quindi per giornate lunghe e articolate sono necessarie altre borse e borsette. Alla sera (quando va bene, se no al mattino di corsa maledicendomi di non averlo fatto alla sera) ripasso quello che mi accadrà durante la giornata. Penso a chi incontrerò. dove andrò, cosa farò... e a seconda il bagaglio cambia. Immancabile nella mia vita un libro (non si sa mai, potrei avere qualche minuto, potrei trovarmi in una sala d'attesa, potrei aver voglia di leggere), inoltre amo avere sempre con me la possibilità di disegnare, quindi nella mia borsetta da lavoro infilo un bel quadernone (per disegni e appunti), il libro di cui sopra, un astuccio con diverse penne, matite a punta morbida, pastelli a cera, temperini, forbici, colla, etc... (sempre per essere pronta a tutto, non si sa mai). Poi c'è la borsetta delle cibarie, in particolare in questo periodo dove per acquistare uno spuntino senza glutine e senza proteine animali dovrei fare un mutuo. Allo scopo ho una borsetta con dentro il pranzo, cialdine, acqua, mandarini, mandorle. Poi c'è il bagaglio tematico, la maglia o le pitture o la lana cardata o appunti vari o il portatile ( a volte tutti questi)... secondo quello che mi spetta alla Corte Dalì.
Non contenta, nelle giornate che non rientro a casa, spesso mi fermo per piccole commissioni o per comprare quelle due o tre cose che mancano (e si esce sempre dal supermercato con almeno una borsa piena e spesso anche un mazzetto di fiori perchè li adoro).
Quindi mi capita spesso che rientro a casa, caricandomi come un mulo (perchè fare le quattro rampe, ripide di scale due volte a fine giornata non ce la posso fare), insomma mi carico oltre modo, dovendo in alcuni tratti camminare di lato come un'egiziana e affannosamente guadagno la porta di casa. A seconda dell'orario di arrivo, vengo accolta o dalle bimbe festose che mi baciano e abbracciano sull'uscio, carica e ansimante e dal nostro cane (quando rientro dopo cena solo dal cane Pepe perchè le bimbe dormono), come posso raggiungo il tavolo e, come dicevo all'inizio, poggio pesantemente sul tavolo tutti i miei averi (borsa, borsetta, borsetta cibo, spesa, fiori, chiavi della macchina, eventuale regalino per le bimbe, maglia, libri...).
Mi rendo conto di avere un problema, mia mamma mi dice che ero così sin da bambina, quando andavo in giardino a giocare, mi caricavo come un mulo di pacchetti, borsette e sacchetti e mi trascinavo innumerevoli giochi che avrei voluto utilizzare (e che invece spesso mi venivano sottratti indebitamente dalle amichette non troppo amiche aggiungerei).
Insomma non so cosa vuol dire viaggiare leggera. Quello che è strano è che quando parto per una vacanza, la valigia con vestiti e scarpe è sempre minimale, non sono una maniaca dei mille cambi e dei possibili look da poter estrarre al momento giusto, però ho sempre grandi zaini con libri, album, colori, lane, quaderni.  Sono le cose che amo di più fare e non vorrei mai perdermi il tempo per poterle fare... poi magari succede che mi trascino un libro per giorni e giorni senza mai aprirlo... ma so che prima o poi ci incontreremo, in una lunga coda, in uno strano anticipo... 
Ricordo un anno che sono andata in vacanza in moto, è stato estremamente difficile organizzare il bagaglio, riducendolo al minimo indispensabile... sono riuscita a condensare tutto, ma mi è costato molto. 
Sono certa che ognuno ha le sue personalissime manie, quegli oggetti, più o meno ingombranti, con i quali non si vuole rimanere senza. 
E poi c'è la macchina... che può diventare un altro grande contenitore... ma questa è un'altra storia...

sabato 12 luglio 2014

E l'eco rispose

Estate… chiamiamola estate anche se le temperature e il meteo sono piuttosto insoliti. 

Il cielo si riempie quotidianamente di cirri e nuvoloni di ogni sorta, il vento fresco arriva inaspettato e si rabbrividisce nell’impudente e coraggioso infradito…


È comunque estate, al di là delle temperature, al di là della più o meno estesa nudità, al di là delle piogge torrenziali è comunque estate.
Porta con sé una certa leggerezza, una saporita piacevolezza dello stare, in piccoli riposi, dolci intrattenimenti, gioiose adunanze mangerecce, sonore letture…

Sì proprio la stagione del leggere futile, romanzi piacevoli o impegnati che ti trasportano nella vita di qualcun altro e ti suggestioni e patisci e gioisci e assapori e palpiti e piangi insieme ai protagonisti delle varie storie…
L’ultimo libro che ho letto (passato dalla cara amica Alessandra) si intitola: “E l’eco rispose” di Khaled Hosseini.

Mi è piaciuto, ha catturato velocemente il mio interesse e l’ho letto in poche serate sebbene avesse in sé delle caratteristiche che poco amo nei romanzi.

La storia non si articola in modo cronologico e sequenziale ma attua dei salti temporali notevoli (avanti e indietro nel tempo), si sposta dalla narrazione di un personaggio ad un altro sconosciuto completamente decontestualizzato dal precedente a parte una condivisione di appartenenza all’Afganistan (di nascita o elettiva).
Quindi in ogni capitolo si ha un salto notevole, un nuovo inizio, una nuova necessità di inoltrarsi nelle vicende ed innamorarsi del protagonista. Devo dire che nonostante io odi questo tipo di narrazione, l’autore è riuscito a tenere desta la mia attenzione. La scrittura è fluida, appassionata e sufficientemente animica. Infatti il tratto che attraversa il libro che più mi è piaciuto è quello della biografia umana, della costituzione dell’identità di sé attraverso i luoghi e le relazioni, la combinazione e gli intrecci di vissuti che concepiscono karma condivisi e legami profondi.
Mi ha un po’ infastidito che ogni biografia toccata abbia in sé una tragicità estrema, una lacerazione affettiva senza possibilità vera di riassorbimento. Ogni personaggio narrato, descritto e raccontato ha in sé un profondo dolore animico. Dolore che solo parzialmente è ascrivibile alla situazione tragica del paese dove sono narrate le vite.
In realtà mi sembra un pensiero molto più antropologico legato all’uomo, il dolore e la perdita come stato naturale dell’essere umano. E questo non mi appartiene, ho un profondo pensiero di bellezza, amore e speranza della vita: credo fortissimamente che ognuno di noi ha la vera possibilità di inseguire, perseguire, realizzare la propria felicità interiore nella coscienza di esistere.

Brevemente riporto le vicende: tutto inizia dalla separazione di una sorella e un fratello che hanno un legame molto profondo (dato dalla perdita prematura della madre al parto della sorellina). Questo tragico inizio conduce il lettore nell’incrociare le vite di tutti coloro che a titolo diverso hanno avuto a che fare con questi due protagonisti. Man mano vengono delineate biografie (disperate) di persone diverse (per estrazione e sogno nel cassetto), pennellati contesti economici culturali di ogni tipo (grande e devastante povertà insieme a sfrenata ricchezza).
Tutto si articola in un lungo lasso di tempo che raccoglie almeno tre generazioni, la memoria che si perpetua o si spezza in numerosi simboli (la malattia del fratello, la pozione che fa dimenticare, l’oblio dato dalla giovane età, le piume che ritornano…)

E l’eco rispose… una sottile sofferenza inconsapevole le due bambine, donne, compagne… sentono senza saperlo un’irresistibile chiamata una verso l’altra senza essersi mai incontrate (la sorellina scomparsa e la figlia del fratello). Negli anni si sono sentite, volute, percepite… e quell’eco dell’anima incompreso un giorno risponde… un giorno si incontrano… e sembra che tutte le vicende narrate aspettassero solo quell’incontro.

Ripeto un bel romanzo, mi è piaciuto come si sono intrecciate le biografie… solo questa nota sul sapore un po’ acre, un po’ lacerante, un po’ troppo nel dolore… sì la vita è tutto questo ma per me l’eco risponde molto più spesso, più profondamente e allegramente di quanto si sia potuto ritrovare nel romanzo.


Lo consiglio come lettura, veloce, archetipica, storica, culturale….

venerdì 9 agosto 2013

Sonea e il Sommo Lord...



In queste settimane sono stata rapita dalla lettura di una trilogia fantasy: la saga del mago nero di Trudi Canavan.  È stato un viaggio appassionante nella magia e nelle vicende biografiche di personaggi permeati da onore, coraggio e forza.
Le vicende cominciano confusamente tra le vie della città in un momento drammatico (l’epurazione: appuntamento annuale dove il re ripulisce arbitrariamente la città interna di persone ritenute “pericolose” per il regno. Quindi famiglie intere, giovani, donne e bambini vengono costretti ad abbandonare il loro lavoro, la loro casa e riversarsi nei “bassifondi”). Sonea è una giovane ragazza intraprendente scacciata insieme alla sua famiglia e (quasi involontariamente) si ritrova coinvolta, insieme a vecchi amici, a protestare lanciando pietre contro i maghi che garantiscono la sicurezza attraverso un collettivo scudo magico.
Questo è l’inizio di tutto! Sonea scaglia una grossa pietra imprimendo nel lancio tutta la sua rabbia, il suo desiderio di vendicarsi e colpire. Inaspettatamente si vede un lampo di luce e la pietra riesce ad oltrepassare lo scudo e colpire alla testa un mago.
Il primo libro “la corporazione dei maghi” presenta i personaggi della saga attraverso la ricerca di Sonea: la ragazza dei bassifondi che ha liberato da sola i suoi poteri.
La ragazza fugge terrorizzata e grazie alla banda dei suoi amici e ai Ladri riesce a sfuggire per lungo tempo alla Corporazione. I maghi dalla loro parte sono sgomenti nell’apprendere che la magia possa esistere anche al di fuori delle Case nobili e, soprattutto, che possa essere attivata senza l’aiuto di un altro mago. Sanno perfettamente, inoltre, che è necessario imparare il Controllo della magia, altrimenti il mago comincerà ad usarla senza accorgersi, in modo indiscriminato rischiando di distruggere tutto quello che c’è intorno e uccidere se stesso. I maghi vogliono trovare la ragazza per evitare, in prima istanza, tutto ciò. Durante queste ricerche estenuanti e le rocambolesche fughe nei sotterranei della città (la via dei Ladri) ogni personaggio viene delineato nelle sue caratteristiche peculiari, nei tratti di personalità e nelle trame relazionali all’interno della società.
Infine Sonea viene trovata proprio perché i suoi poteri sono diventati pericolosi e incontrollabili, la ragazza brucia inavvertitamente tutto quello che la circonda e rischia di morire da un momento all’altro.
Sonea, come tutti gli abitanti dei bassifondi, odia i maghi perché non fanno nulla per la loro condizione miserevole e non vuole assolutamente entrare a far parte della tanto odiata corporazione.
Il tema di questo capitolo della saga che più ha colpito le mie riflessioni è quello del “Controllo”.
Per ogni novizio che intraprende questo percorso nella scuola dei maghi, per cominciare (a parte la liberazione dei poteri latenti) deve imparare a Controllare questo potere, questa forza che può essere di intensità diversa per ogni individuo. Non ho potuto fare a meno di pensare alla biografia: credo che ognuno di noi, superata la fase di estrema potenza data dall’adolescenza, debba imparare ad esercitare il controllo sulla propria emotività, sulle proprie pulsioni e prendere, in tal modo, in mano la propria vita. Prima di poter intraprendere un qualsiasi percorso o progetto è fondamentale imparare a gestire le proprie forze, i propri talenti e le zone oscure. Concentrarsi su di sé, conoscersi profondamente e gestire le nostre peculiarità. Solo in questo modo ci si può realizzare e assecondare le proprie attitudini, allacciare relazioni serene e soddisfacenti. Certo ognuno dovrà percorrere la propria via, crescere con le esperienze, la formazione, gli incontri ma, in prima istanza, è necessario imparare ad attuare il Controllo della propria energia vitale per non danneggiare gli altri, noi stessi e la nostra vita.
Ho apprezzato molto i metodi di insegnamento del Controllo ai maghi, attraverso visualizzazioni guidate Sonea è entrata nella propria mente e pian piano è riuscita a rinforzare le proprie difese psichiche consapevolmente, a gestire la propria energia e a conoscersi. Piccole pennellate hanno semplicemente spiegato a livello intuitivo alcuni funzionamenti psichici e l’ho trovato molto interessante.
Il primo libro si conclude con l’introduzione della giovane dei bassifondi in questo mondo d’elite e di magia.
Il secondo, “la scuola dei maghi”, vede impegnata la ragazza a superare la diffidenza, l’astio, la cattiveria e la prepotenza del gruppo dei pari, degli insegnanti e di quel mondo a cui non appartiene. Le sue grandi potenzialità suscitano invidia nei giovani rampolli delle famiglie ricche e la ragazza subisce ogni tipo di angheria. Questo libro è situato proprio nel mezzo, la trama prepara tutti gli antefatti per il grande finale del terzo: i personaggi sono sempre meglio definiti, la protagonista acquisisce le competenze che le serviranno in seguito e si accumulano una serie di misteri e situazioni da definire.
Quello che mi ha colpito di più nel secondo libro sono state alcune caratteristiche della ragazza: la tenacia, la caparbietà, l’umiltà, la perseveranza, l’onore e la forza d’animo. Tra tutte queste qualità l’umiltà era quella che più mi metteva in difficoltà, leggendo di quanto era in grado di sopportare la ragazza senza reagire, di come manteneva costante il rispetto dell’autorità (al di là del bene e del male) mi dava una sensazione di fastidio, quasi di stizza, speravo, continuando a leggere, che prima o poi reagisse, li ripagasse in qualche modo con la stessa moneta. Invece no, la ragazza subiva imperterrita le angherie e poi pian piano si “ricostruiva”, ogni “cosa” che amava le veniva tolta e lei riusciva comunque a trovare forza, gioia della vita stessa. Ho riflettuto su di me ed ho pensato che forse proprio l’umiltà è la virtù che devo coltivare, imparare ad usare, sempre, di prima reazione. Non mi appartiene, sono sempre stata una libertaria insofferente all’autorità e alle regole, superba della mia intelligenza e della mia forza che traspare dal mio sguardo (sebbene in verità poi sono stata emotivamente molto fragile e sola un po’ come Sonea). Però leggendo il libro ho pensato che l’umiltà è una qualità che alla lunga paga, ti mette in contatto con l’io altrui, anche con l’io di chi in qualche modo ti ferisce e credo che questo sia il compito di ognuno nell’umanità, quello che serve per salvare la devastazione della natura, i problemi della crisi di oggi, l’impoverimento dei valori… l’umiltà, la capacità di sopportare con forza il disprezzo e la prevaricazione altrui, senza lasciarsi davvero schiacciare, proprio l’immobilità ci rafforza, ci tempra e alla lunga ci innalza.
Sonea, infatti, alla fine dimostra la sua superiorità a tutta la corporazione, ma lo fa in modo elegante, competente, senza arroganza, equamente, rischiando anche il fallimento: una bella lezione di vita.
Il terzo libro è completamente diverso, tutti i preamboli sono stati fatti, le situazioni sono state preparate, i personaggi son ben definiti e il lettore ha instaurato con loro le proprie antipatie e simpatie. Si entra subito nel vivo, gli accadimenti sono veloci e sempre significativi: è un libro (di 550 pagine) che si legge d’un fiato (meno male che è estate se no l’avrei dovuto centellinare con grande sofferenza).
Il terzo libro è quello che mi è piaciuto di più, è quello che significa tutta la saga, che riscatta i deboli, gli umili, i tenaci. Anche in questo libro la ragazza dimostra di avere una forza straordinaria: al di là dei poteri magici superiori alla media, è la sua capacità di sacrificio che è sorprendente, è disponibile a cambiare le sue convinzioni non appena riconosce la verità, non indugia nelle vecchie “abitudini” e si “offre” diretta verso ciò che ritiene giusto, a qualunque costo.
Non nascondo che il finale non mi è piaciuto tantissimo perché è stato un po’ troppo drammatico, la perdita della ragazza (non voglio fare troppe anticipazioni qualora qualcuno che legge questo post voglia poi addentrarsi di persona nella saga), però non posso fare a meno di dire che, in termini biografici, se qualcuno doveva “andarsene” era proprio Sonea. Insomma il passaggio come meteora che porta il cambiamento, che svolge la propria missione vorrebbe  che poi (così come è arrivata) scomparisse. Quindi un finale drammatico era preferibile così, anche se ben comprendo che avrebbe reso più difficile la prosecuzione della vicenda nella successiva saga (che non ho ancora letto alla quale credo mi dedicherò presto!!!).
La narrazione è fluida e interessante, anche se i continui cambi di scena nei diversi contesti dell’opera, all’interno dello stesso capitolo, un po’ mi infastidiva. Insomma quando ero presa bene da un dipanarsi di situazioni ed eventi ecco che si cambiava scena e si parlava di un altro personaggio. A volte le descrizioni erano un po’ troppo lunge e particolareggiate, c’erano dei tratti che sembravano voler tirare in lungo per creare maggiore “suspense”, avrei preferito piuttosto un approfondimento sugli stati d’animo invece che delle dettagliate descrizioni ambientali o contestuali.
Comunque mi è piaciuta molto, i presupposti erano buoni, l’ambientazione magica mi piace, adoro le saghe e anche in genere il fantasy. Inoltre si evince nella narrazione che l’autore è una donna. La maggioranza delle qualità che ho descritto sono effettivamente le peculiarità (auspicabili) legate al femminile. Femminile inteso come parte di un tutto e non semplicemente come “femmina”. Insomma ognuno, maschio o femmina, nel proprio percorso eroico dovrebbe sviluppare nel femminile le qualità che l’autrice ha espresso egregiamente nel personaggio di Sonea. Mi è piaciuto molto brava Trudi!!!


mercoledì 13 marzo 2013

Yorsh l'ultimo elfo




Cristian ha letto tutta la saga di Silvana De mari già da un po’ di tempo e cerca sempre di convincere, entusiasta, le persone a leggerla. Come ho già detto altrove per me la lettura, nell’organizzazione spazio/temporale della mia vita, era diventato un lusso che faticavo a concedermi. Ultimamente, crescendo un po’ le piccine e sacrificando un po’ di sonno, sono rientrata nella buona abitudine di tuffarmi dentro a vicende narrate e mondi inventati. Quindi mi sono decisa ad intraprendere, finalmente per Cri, il viaggio nella saga della De mari. Aggiungerei che condivido abbastanza il gusto del Fantasy e ancor di più apprezzo le saghe perché prorogano il tempo dell’addio. Come ho già riportato in un altro post, attraverso la “voce” di Bastiano della Storia Infinita, provo sempre un sentimento di tristezza ed abbandono quando termina una storia narrata: lasciare i personaggi a cui mi sono affezionata accompagnandoli nelle loro vicissitudini, mi ha sempre dato una sensazione di perdita e rimpianto. Le saghe, quindi, mi consentono di approfondire la conoscenza con i personaggi e di assaporare i loro vissuti in diverse sfaccettature, protratte in tempi più lunghi, collocate in vari spazi.

Tornando all’ultimo libro letto, l’ultimo elfo è stata piacevole, scorreva velocemente, lasciando sempre quell’anelito a voler andar avanti per vedere come va a finire. È scritto bene con un linguaggio sufficientemente descrittivo e capace di pennellare delle atmosfere del sentire in modo empatico e condivisibile.
Quello che ho apprezzato meno è stata la sfumatura dell’umorismo un po’ troppo sempliciotto che accompagna tutta la narrazione. Prediligo un’ironia più sottile e meno buffa, qualcosa che fa sorridere più che ridere, invece nel libro, talvolta, i personaggi e le situazioni sono un po’ troppo ridicole in relazione al contesto (spesso un pochino drammatico).
La storia è interessante e invoglia l’approfondimento, lasciando il desiderio di continuare “a saperne” e quindi di leggere i libri successivi.
I momenti drammatici, le azioni, le descrizioni  e le sequenze narrative sono ben bilanciate, quindi nell’insieme è un gradevolissimo romanzo per ragazzi.
In particolare a me è piaciuta l’interpretazione “dell’essere elfo”, ovvero il suo modo di confrontarsi con la realtà: la contemporaneità del sentire all’unisono con gli altri esseri di yorsh è molto poetica e dolce. Lo si può trovare in tanti punti della narrazione, ad esempio quando descrive il “buio del sentire” quando cercava di collegarsi al sentire del  “fratello” putativo dopo che era morto. L’elfo conserva la speranza di rivederlo, che non sia vera la sua morte, ma in cuor suo sa che non ci sono speranze, proprio per quel vuoto,  per quel buio che sente (e non che pensa).
Un altro scorcio di questo modo d’essere degli elfi lo si trova nella sovente disperazione e prostrazione che prova di fronte al dolore altrui, alla morte e alla tristezza.
In modo magistrale, direi, è espresso nella prima parte dove l’elfo è piccolo (circa tre anni) e vaga solo nella pioggia, l’incontro con gli umani che lo salveranno è insieme dolce e sconcertante: il piccolo di elfo viene letteralmente attraversato dal sentire, i suoi sentimenti (di gioia o dolore) sono espressi con tutto il suo essere e la conseguente emanazione riesce anche a “contagiare” il sentire altrui. In questo passo si trova il concetto che più mi  è piaciuto e che vorrei portare sempre con me: la tristezza annega la magia!
Il piccolo porta con sé questo insegnamento della nonna, insieme alla lacerante nostalgia della mamma e del suo focolare. Come mamma sono rimasta un po’ infastidita da questo tema che ritorna in più punti (anche attraverso la casa degli orfani in un passo successivo). È rappresentato l’incubo di ogni mamma, è un terribile orrore l’idea di abbandonare la propria creatura morendo, ma peggio ancora è  il pensiero che il piccolo rimanga solo al mondo, non accolto, non amato, umiliato, affamato… un pensiero forte che è talmente ancestrale che il vederlo narrato in più punti e in situazioni diverse mi ha dato un sapore ridondante, eccessivo ( sempre per il mio gusto personale).
Il libro è intriso di pensieri magici, poesia, chiaroveggenza e solitudine. Credo che il tema principale di questo primo romanzo sia proprio la solitudine di ognuno, la non comunicabilità, il privilegiare il proprio bisogno prima dell’altra persona, per questo diventa necessario un mondo di orfani, perché per una madre il bisogno primario è sempre (quasi per tutte) il benessere del proprio figlio.
Un’altra parte che ho apprezzato meno è stata quella della descrizione del Giudice (il cattivo di turno). È stato rappresentato in modo troppo ridicolo e risalta un’enorme stupidità. Non mi piace neanche l’idea di dargli una lettura metaforica, perché purtroppo la crudeltà non è sempre legata alla stupidità, inoltre le persone non si fanno aggiogare dalla stupidità, bensì dalla paura, dal dolore… Anche gli altri cattivi del libro (i guardiani della casa degli orfani) sono estremamente stupidi. Certo l’elfo sottolinea come la nonna gli abbia sempre spiegato che gli uomini sono stupidi, in qualche modo indietro (evolutivamente parlando) ed è per questo che hanno sterminato gli elfi (questo concetto poi è chiaramente esplicitato dalla donna che lo porta in salvo rispondendo ad una domanda del piccolo).
Nell’insieme è molto bello leggere un’ipotesi di come l’uomo si sia allontanato dalla magia, dal sentire lo scorrere della vita altrui, sterminandolo lui stesso. Sarebbe un libro molto interessante da consigliare a tutti i vegetariani e vegani, perché l’elfo dichiara esplicitamente (e con orrore) che è impossibile mangiar qualcosa che abbia pensato... è un pensiero dolce e ben dipinto dalle piccole “resurrezioni” compiute dall’elfo. L’infinita pena che prova per l’animale morto (un coniglio, una gallina e persino un sorcio) lo conduce a ricercare gli ultimi odori e gli ultimi semplici pensieri dell’animaletto (legati comunque alla percezione) per rinfondere in loro il calore vitale. Operazione non possibile con un essere pensante più complesso come una persona. Ancora è bello trovare il sentimento dell’elfo in un passo dove per salvare sé e la sua amata è costretto ad uccidere un uomo. Il sentimento che lo tortura non è l’idea o il pensiero (astratti) dell’ignobile azione, ma il ricordo del vero e proprio sentire dell’altro nel momento della morte (il suo dolore, l’affollarsi dei ricordi della sua vita tutti in un momento). Certo che se noi riuscissimo a sentire in questo modo (cosa che credo sia nelle nostre capacità umane) non sarebbe più possibile nessun omicidio, nessuna nefandezza….  E credo che questo sia il sapore più bello che mi ha lasciato il libro: la capacità di descrivere in modo romanzesco un pensiero sul sentire reciproco, sull’appartenenza cosmica, sull’unità di ognuno in un’unica fratellanza. Spero che il prossimo libro “l’ultimo orco” sia all’altezza di questa atmosfera e non vedo l’ora di rincontrare Yorsh e Rosalba…