...curioso nel mondo!!!


...curioso nel mondo!!!

I gatti sono curiosi, sornioni, saggi e liberi.



La ricerca continua del filo conduttore del significante

mi porta ad infilare i baffoni in molti luoghi interessanti...







Visualizzazione post con etichetta punti di vista. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta punti di vista. Mostra tutti i post

mercoledì 11 gennaio 2017

Antropologia e il calzino spaiato


E'una storia nota.
Almeno una volta, ognuno, si è trovato a parlare del mistero dei calzini spaiati.
Non si riesce a capire come sia possibile che nei tragitti tra cesta dei panni sporchi, lavatrice, stendino e cassetto, avvengano delle misteriose sparizioni: due anime gemelle si perdono tra loro e non si riincontrano più. 
Cosa accade? Un calzino viene fagocitato dalla pompa dell'acqua della lavatrice? La cesta li nasconde tra le proprie fibre? Si polverizzano tra i cassetti?
Il mistero permane irrisolto.
Ci sono diverse teorie per salvaguardare la vita di coppia delle calzette: lavare le calze dentro le federe o sacchetti appositi, stenderle accompagnate, non perderle mai di vista insomma... ma haimè fatti importanti della vita quotidiana, spesso, ci colgono di sorpresa e ci fanno abbassare la guardia... ed ecco che i compagni si dividono e le calze solitarie si moltiplicano. (qualcuno preferisce non sapere e compra calze tutte dello stesso colore).
Ho parlato di questo tema con tantissime persone e trovo strabiliante come ogni persona si accenda al solo sentir nominare questo argomento (un pò per sdegno, un pò per sorpresa, un pò per rammarico e devo dire anche un pò per mania e spesso anche per voglia di ghignare).
Quel che è più interessante sono le più svariate informazioni che si ricevono sulle persone.

Prima di trovarmi a parlare di questo inusitato argomento, non mi ero mai posta delle domande (ad esempio) su quante variabili ci possano essere nello stendere la biancheria: ho scoperto che alcune amiche hanno una vera e propria necessità di stendere le calze affiancate! AH! Un'altra amica presente ha risposto che lei lo fa solo quando ha tempo! Ah! 
A me non era mai neanche venuto in mente!

Non che io voglia dire che sia giusto o sbagliato, ci mancherebbe, semplicemente ho ricevuto una nuova e solita lezione: diamo per scontato che gli altri si comportino più o meno come noi, che il modo in cui svolgiamo le attività o pensiamo il mondo sia l'unico esistente... e invece no! Anche un'operazione banale come stendere la biancheria svela delle sfaccettature di personalità inimmaginabili.
Approfondendo il tema con diverse persone, ho scoperto che esistono maniaci compulsivi che hanno un preciso ordine su come stendere i panni bagnati sul maledetto e ingombrante stendino, altri suddividono per forma o colore o capo d'abbigliamento... insomma il bucato ci interessa parecchio!
Lo vediamo nelle promesse di nuove sfumature dell'immacolato nelle pubblicità, lo vediamo nei detti popolari (i panni sporchi si lavano in casa), lo riconosciamo nelle corsie dei supermercati dove troviamo un numero esorbitante di tipologie di detergenti... senza renderci conto che contengono TUTTI la stessa cosa con lievissime differenze nella fluidità e nella profumazione.
Eppure i nostri panni ce li vogliamo lavare, stendere (come piace a noi) e ritirare nell'intimità della nostra casa.
E le lavatrici a gettone? Una nuova frontiera? Una nuova apertura verso l'altro? La maggioranza dei fruitori rimangono in attesa delle proprie "robe", a guardia dell'oblò vorticoso e delle proprie mutande! Beh lo farei anch'io... non si lasciano le mutande in giro... non so da dove arrivi questo comandamento... ma sento che mi appartiene... 
In verità mi sono anche trovata ad osservare dei bucati stesi... lo trovo sempre un pò imbarazzante, un pò come sbirciare da una serratura. (anche se il mio intento era puramente e antropologicamente autodidattico).
Era un pò che pensavo a questo post, perchè trovo estremamente interessante come da ogni inezia spicchi l'inesauribile sfaccettatura e individualità dell'uomo. 
Abitiamo, intrecciamo, personalizziamo ogni grano di materia, ogni forza lavoro, ogni intenzione volitiva, dentro ogni cosa introduciamo un'espressione personale e unica... persino nel bucato, appunto!
Credo che questa sia la grande forza creatrice dell'umano! 
Se immaginassimo di avere 100 robot programmati per stendere i panni, lo farebbero tutti nello stesso modo, nella sequenza impostata dal programmatore: non ci sarebbero sbavature, differenze, discriminazioni, tutti eseguirebbero la stessa azione nello stesso modo. Si potrebbe dire che una volta studiata la sequenza lo farebbero sicuramente in modo più efficace ed efficiente di noi umani... e non perderebbero calzini! (Di questo non sono sicurissima)

Gli umani realizzano, agiscono, percepiscono, discriminano e asseriscono, sempre e assolutamente, in modo soggettivo, creando sempre nuove dinamiche e variabili... creando... ovvero manifestando la propria scintilla divina.

In ogni inezia, in ogni passo, in ogni scarabocchio infantile, in ogni azione non automatizzata, in ogni sfumatura della voce e microespressione della faccia, nella pietà e nell'idiozia, nella banalità e nell'inutilità noi manifestiamo il divino, la variabile, la possibilità di interpretare la nostra vita secondo la nostra personalissima e inenarrabile soggettività... e questo è il primo regalo del cielo... il secondo? Potersene accorgere, vivere consapevolmente e godere di ogni istante, anche quando si stendono i panni... e ridere felici per ogni calzino smarrito!




martedì 11 ottobre 2016

Aspettare invece che divorare...come liberarsi dalla compulsività

 E' qualche settimana che mi gira per la testa di voler scrivere qualcosa sulla compulsività, perchè credo fermamente che la nostra attuale società (occidentale) ne sia affetta in larga misura.
In  diverse occasioni, parlando con persone più o meno razionali, più o meno sane di mente, più o meno adulte, più o meno responsabili delle loro azioni e delle loro parole, mi è balenata questa parolina nei pensieri: sei compulsivo!
Perchè il nocciolo sta proprio in quel "più o meno"!

Ma andiamo per ordine, cominciamo a cercare una definizione di questo termine:


com-pul-sì-vo

SIGNIFICATO - Di atto che non si può frenare

È una parola con un significato scientifico preciso: l'atto, il comportamento compulsivo, in psichiatria, è un automatismo irrefrenabile, praticamente subìto da chi lo compie, strettamente legato alle casistiche dell'ossessione - un pensiero intrusivo che si manifesta indipendentemente dalla volontà della persona. 

Questa vicenda del pensiero intrusivo che si manifesta mi ricorda tante persone che conosco. 
Indipendentemente dal ruolo, dal tipo di relazione, dalla logica e aggiungerei dalla fiducia, mi capita spesso che le persone ricadano ripetutamente in comportamenti anomali, persecutori, maniacalmente assertivi.
E come dicevo tutto gira intorno a quel "più o meno", perchè ognuno di noi ha le proprie piccole manie che si gestisce fra sè e sè, delle abitudini che ci fanno stare bene, un'idea che ci accompagna, diventa compulsivo quando ha la pretesa di essere condiviso e manifestato, indipendentemente dalla volontà di chi ci sta di fronte.

E qui veniamo ad un'altra sfaccettatura della "compulsività", la sua radice latina

dal latino: compulsare spingere con violenza, intensivo di compellere spingere.

I compulsivi, infatti, spingono letteralmente gli altri dove vogliono loro, non ammettono repliche e sono disposti a tutto.
Sai che bell'affare!

Ho in mente persone che mi ripetono la stessa frase 8 o 9 volte, le questioni possono essere solo due: o sono compulsivi o credono che io sia imbecille... non so cosa sia meglio.
Purtroppo per loro (e anche per chi sta loro intorno), è vera la prima ipotesi, perchè manifestando generosamente di aver compreso il messaggio, ribadendo e annuendo, loro continuano (ossessivamente appunto) a ripetere quei due o tre concetti di cui vogliono parlare come dei dischi rotti. Ho notato che non è saggio farglielo notare perchè si offendono (quel tratto persecutorio di cui parlavo). Bisogna rassegnarsi (se non si vuole offenderli) e far buon viso a cattivo gioco e aspettare che abbiano finito, è utile trovare delle strategie attive per liberarsi (telefonate improvvise, tossi asinine, malori inspiegabili)

Ho in mente altre situazioni dove si scatena l'ansia da controllo, queste persone hanno necessità di programmare ogni cosa e producono un'infinita serie di tabelle di ogni genere, quelle dei massimi sistemi, quelle delle entrate e delle uscite, quelle della spesa, dei pasti consumati, dei controlli, degli esami... tabelle excel per ogni cosa. 
La cosa peggiore è che, spesso, richiedono anche agli altri di produrne o quantomeno di compilarle (celermente grazie), perchè se sei così primitivo da non usare le tabelle, ti guardano con una certa commiserazione e si offrono di preparartele (asserendo che la nostra vita migliorerà).
Come nel caso precedente non si può sfuggire al compulsivo da controllo, perchè manderemmo in tilt il suo ordine del mondo e potete esser certi che non ve lo permetterà. Ascolterà il vostro pensiero divergente, vi darà anche qualche contentino rispetto alla bontà del nostro modo "artistico" di pensare e da lì a poco ve lo catalogherà... in una bella tabella. (nelle caselle excel si può anche scrivere... se proprio è necessario).

Oppure ci sono i compulsivi della risposta giusta a tutti i costi: indipendentemente se si parli della fisica quantistica, della ricetta della torta paradiso, degli stadi di evoluzione della terra, delle pellicine delle unghie o delle derivate, queste persone hanno sempre un loro punto di vista, un amico che ha detto loro qualcosa, un articolo letto su internet e via dicendo. (Ammetto che in questo gruppo un pò mi ci riconosco, ho sempre qualcosina da dire su moltissimi argomenti e mi faccio poco i "casi" miei, non so se risulto compulsiva...).
In verità il compulsivo non ammette replica, è assolutamente certo che il suo punto di vista sia perfetto e tutti gli altri siano dei folli, ignoranti... etc (ed io in questo non mi riconosco, ho sempre una mia idea sulle cose, ma non pretendo che sia corretta e rispetto le idee di tutti, quasi sempre).

Un gruppo interessante è quello dei compulsivi  salutisti, della forma fisica, della mania della magrezza e dell'apparenza.
In verità condivido pienamente il fatto che sia necessario prendersi cura del proprio corpo e della propria salute, ma senza che diventi un'ossessione, quasi una religione, una pratica dogmatica dalla quale non posso mai esimermi (pena la caduta del mondo?).
I salutisti sono sempre pronti a sottolineare la tua incongruenza (e brava non ti tingi i capelli e poi fumi? Non mangi il glutine e poi ti mangi le patatine? e via dicendo). Sono quelle persone che fanno una fatica esagerata a mantenere i limiti che si sono autoimposti e per questo riempiono di fiele tutti quelli che sanno concedersi qualche deroga... (di questo purtroppo io sono esperta e quindi sono sempre bersaglio dei congruenti ed integerrimi salutisti). 
Tra loro ci sono quelli che ritengono la ciccia aberrante (e vogliono comunicartelo ogni volta che ti vedono), ci sono quelli che si ammazzano di sport e, carichi di antidolorifici, continuano a praticarlo anche quando sono spezzati in due (e detestano i sedentari). Ci sono poi le donne che non possono uscire di casa senza trucco e persone che preferirebbero la fame per inedia piuttosto che uscire in tuta.

Un'altra serie di compulsivi sono quelli che devono sempre portare avanti la giustizia, l'onestà, il senso del dovere e l'onore. Per carità sono tutti ottimi valori, il problema (come sempre) è l'esasperazione, perchè questo tipo di compulsivi non portano avanti queste virtù per se stessi, ma si indignano se gli altri non sono altrettanto rigorosi ("non è giusto" è la loro frase). Li senti spesso lamentarsi, dichiarano in continuazione cosa fanno, come si fa e perchè lo si fa e giudicano chi si comporta diversamente. Quindi il loro bisogno, in verità, è di tipo sociale, di riconoscimento e l'abito dei valori è appunto un abito, qualcosa che offre sicurezza, perchè chi si dedica ai valori non ha bisogno di declamarli e non si lamenta degli altri.

E poi ci sono i compulsivi sulla paura dello straniero, del tutto e subito, della pulizia, delle bollette da pagare se no arriva equitalia, della macchina senza un alone, della fine del mondo, delle profezie e della proprietà privata (guarda che il tuo vaso tange la mia mattonella). 
Insomma siamo una società che vuole immediatamente il soddisfacimento dei propri bisogni con una scarsa consapevolezza sui "veri" bisogni e sull'io altrui.

E in tutto ciò spicca un'altra serie di compulsivi, sono quelli che devono comandare, decidere loro, indirizzare, governare, insomma, essere sopra gli altri.
Questi sono i peggiori, la nostra classe politica è fatta di questi individui, dimenticano la missione popolare di amministrare la "res pubblica", ovvero la "cosa pubblica", e invece vogliono lasciare la propria impronta, determinare il mondo circostante con il proprio ego.
E in questo turbinio di potere i poveri sudditi devono correre come formiche a ricreare il regno a seconda del capriccio del nuovo tiranno arrivato.
Perchè in teoria non dovrebbe esserci nessuna differenza tra sinistra e destra, tra prima e dopo, prima viene l'amministrazione dei servizi, del territorio, della popolazione, poi l'indirizzo di pensiero... e questo si può fare solo attraverso l'ascolto, ma  il compulsivo risponde solo alla propria insistente voce interiore.

E come dicevo, questo "spingere" gli altri al nostro volere sta sempre di più creando una società dove vale il bisogno individuale rispetto alla collettività, perchè la compulsività non ammette attese, deroghe, possibilità.

Cosa possiamo fare? Ognuno di noi ha le sue grandi o piccole ossessioni, credo sia necessario imparare un pò più di tolleranza e amore e cercare di allenare la nostra capacità di aspettare...

aspettare, magari il nostro bisogno si placa;
aspettare il tempo degli altri;
aspettare a rispondere (il classico dormirci sopra... spesso la notte porta consiglio);
aspettare la risposta degli altri, se facciamo silenzio forse arriverà;
aspettare con fiducia, perchè nessuno arriva prima da nessuna parte, la vita è un percorso tutto da godere, non una meta da raggiungere.


E ricordarsi sempre che quello che non è arrivato oggi potrebbe arrivare domani
aspettare...invece che divorare!

lunedì 19 settembre 2016

Fatti una vita...

Lunedì,
stamani mentre mi recavo al lavoro,
dopo aver staccato completamente, 
dopo aver rassettato casa, 
dopo essermi attardata nel letto a fare le coccole "chiotte - chiotte" con le mie bimbe,
dopo spazi/tempi con carissimi amici/famiglia,
dopo aver giocato, dormito, pensato, oziato, letto, ascoltato, raccontato, pulito, mangiato....
dopo due bellissimi giorni di inizio autunno, di ristoro, di ripristino delle energie,
ebbene dopo tutto ciò, stamani in macchina ho avuto un momento di sconforto pensando 
- rieccoci di nuovo il lavoro - AH!
E' stato come se, in un istante, la mia serenità si fosse dileguata, in un soffio di vento!
Di nuovo AH!
Sì perchè non sono certo una patita del lavoro fine a se stesso, ma in verità non posso neanche dire che negli anni mi sia sempre pesato...
ultimamente, invece, mi sento incastrata dentro un sistema che non mi appartiene più.
E non voglio criticare niente e nessuno, non voglio sentirmi superiore a nessuno, non voglio giudicare chi approccia il lavoro diversamente da me, non voglio lamentarmi (trovo la lamentela SEMPRE sterile), non voglio cambiare il sistema, non voglio parlare per qualunquismi...
Sento che ho finito un percorso, ecco tutto, così come mi è successo tanti anni fa, quando ero una maestra del doposcuola, felice di esserlo... eppure ho scelto il cambiamento, di lasciare un posto conosciuto per inoltrarmi nel nuovo... un nuovo che tanto mi ha insegnato, ma che ormai è diventato vecchio... 
Quindi mi pesa! Quindi non sopporto più tutto quello che lo caratterizza!
E sempre più sento rimbalzare nella mia mente questa semplice frase: fatti una vita!
Non vuole essere una frase sarcastica o presupponente, ma un pensiero vero.
Non riesco più a sopportare quello che ritengo sia sovrastruttura, ruolo, alibi alla vita individuale di ognuno...e ad ognuno il suo personalissimo (a volte tragico) copione da seguire.
Fatti una vita tu che chiedi una relazione alle sei di sera e pretendi che sia pronta l'indomani mattina alle 9;
Fatti una vita tu che invidi il prato del vicino, sempre più verde, sempre più grande, sempre più... lontano e non ti permette di vedere il tuo di prato;
Fatti una vita tu che hai bisogno di pianificare nel minimo dettaglio ogni istante della tua vita e non sai quanto sono ricchi e significativi gli imprevisti;
Fatti una vita tu che vuoi tutte le risposte subito e non le ascolti, le risposte;
Fatti una vita tu che hai un opinione su tutto e non conosci i tuoi figli;
Fatti una vita tu che ti schieri a destra o a sinistra (fa lo stesso) e non conosci il tuo centro;
Fatti una vita tu che vuoi esercitare potere su un tuo simile;
Fatti una vita tu che lavori, compri e godi e alla notte non riesci a dormire;
Fatti una vita tu che hai calcolato tutto e poi hai paura del futuro;
Fatti una vita ... vera, sentita, goduta, sincera... 
Non parlo di una vita felice, parlo di quell'istante, tanto sfuggito dai più, in cui ti guardi, ti ascolti, ti vedi e sai che sei tu o non sai più chi sei... un momento di assoluto presente, di appartenenza o disappartenenza totale... attimi in cui sei e basta senza bisogno di aggettivi, sostantivi o altro a definirti...che poi sono attimi di solitudine... è vero!
Ma comunque:
Fatti questa vita qui, 
fatta di questi istanti di comunione con il cosmo


venerdì 25 marzo 2016

Ancora sul trascorrere del tempo...

Poche settimane fa 
(o nella vita precedente?)
mi pare cdi aver scritto qualcosa sulla relatività del trascorrere del tempo, soprattutto nella sua percezione.
Questo periodo è fragorosamente in corsa, mi sembra di vivere su una pista da corsa per bob, immersa in un urlo... 
non un urlo di terrore o di paura, semplicemente un suono lungo, ridondante, pervasivo, significativo.
Sento che la misura è colma, che ho cominciato a tracimare in nervosismo e risposte brusche e poco accoglienti o aperte al dialogo.
Questa commistione tra afonia da faringite e lunghi colloqui e concili con innumerevoli e disparate persone mi frastorna.
Mi sono sentita schiva, indisponibile, distratta nelle relazioni e negli scambi umani... eppure invece, anche e comunque, mi sono immersa in scambi e incontri così intensi, così presenti, così intimi che forgeranno pezzetti di me nel tempo. 
E in tutto questo è arrivato improvvisamente questo brusco tamponamento in auto. Ero in uno dei miei viaggi in macchina, spazi di trasformazione delle diverse me stesse che danzano nei mondi o spazi che abito e vivo... tra bimbe, la loro scuola, la Corte Dalì, il lavoro, le burocrazie e le incombenze, l'economia domestica... tra tutto questo faccio questi viaggi in uno NON spazio/tempo come un luogo del riciclo e della rigenerazione del pensiero.
Ebbene in queste condizioni, in una serata di vento ululante, un fracasso alle mie spalle e poi beng nel posteriore della Twingo... 
Un signore distratto ha colpito in pieno la macchina che c'era dietro di me in coda e lui, a sua volta, ha tamponato me, niente di così mirabolante, tuttavia mi ha colpito moltissimo il tempo (in realtà  la mia percezione del tempo) tra il boato del primo investimento e quando effettivamente sono stata toccata. Ricordo prevalentemente le mie sensazioni, ero stanca, il vento, già il buio, e quel fragore mi ha scosso come un'attivazione di un imminente e grave pericolo... in un istante, il suono ha attivato lo stato d'allerta, prosciugando fino all'ultima goccia le mie capacità di auto-cura, le mie forze eteriche. Poi la vicenda è stata solita, come mille e noiosissime altre, di constatazioni, con finta cortesia, o scocciatissima seccatura di chi non desidererebbe mai essere gentile. Insomma, interrotta nel mio flusso interminabile della giornata, mi sono trovata a discutere, convenire, biasimare, comprendere con due sconosciuti nel crepuscolo di una faticosissima giornata. Per poi riprendere la via, quasi come se non fosse... 
Ecco le energie sono esaurite ed ho bisogno di dare una pausa a questo relativo tempo/sempre che mi travolge integralmente. 
Un finto arresto questo incidente, perchè non ha effettivamente dato conseguenze impegnative e quindi sorge spontanea la domanda: quale domanda (o risposta) mi porta incontro questo evento nella mia vita? Perchè per me nulla è mai per caso, quindi quale enigma si cela dietro questo imprevisto (e un pò mi domando quando arriverà la carta probabilità)?
E rielaborando e sciogliendo e metabolizzando quello che ho ritenuto più significativo, e che continua a creare risonanza in me, penso sia questo concetto di tempo, legato alla percezione di tempo, legato alla contemporaneità, alla sincronicità, all'ineluttabiltà del tempo. 
Ma oggi sono cominciate alle ore 12.00 le vacanze di Pasqua... 4 beati giorni e mezzo di vacanza ... anche se già mi aspettano altri ineluttabili, significativi, fragorosi incontri sociali e relazionali... ma saranno spero comunque nella lentezza.
Ecco, e questa potrebbe essere un'altra risposta offerta dall'incidente: non ho bisogno di rallentare, ma ho bisogno di lentezza, anche per assaporare, anche per conservare, anche per proteggere tutto quello che amo e che faccio, che poi coincidono, lentezza, tempo lento, ogni tempo, lentezza.




mercoledì 16 marzo 2016

Nessuno si merita gli schiaffi

Non si danno mai gli schiaffi... nessuno se li merita... colpire qualcuno sulla faccia è sempre un'azione che in qualche modo vuole umiliare.
Volevo approfondire: oggi ho ricevuto uno schiaffo! 
Non uno schiaffo fisico, ma pur sempre uno schiaffo. 
Non so per quale fortuita contingenza, oggi mi sono ritrovata con ben mezz'ora di tempo libero. Che fare? Beh passavo proprio davanti ad un negozio di scampoli e stoffe e mi sono fermata un attimo a vedere se c'era qualche simpatica offerta. Mi piacciono questi negozi, ci trovo diversi materiali per i lavori manuali, piccoli tesori per la creatività sfrenata delle mie bimbe e la mia. Mi aggiro sempre in quei cestoni delle offerte cercando oggetti di fine serie, scampolini, ritagli, lustrini e nastri. Aggirandomi nel negozio ho guardato un pò delusa, non c'era nulla di allettante, mi sono a lungo soffermata davanti ai gomitoli di cotone, immaginandomi cappellini primaverili per le bimbe, ma poi mi sono accontentata di un rocchetto di filo in offerta e di un materassino grande di gommapiuma per la lana cardata (molto grande e mi sono immaginata nella realizzazione di un bel quadro di lana cardata). Insomma una pausa in ogni  caso gradevole. Ho pagato quanto dovuto e, mentre uscivo, mi è caduto lo sguardo su una scatola di cartone all'ingresso, c'era un cartello con su scritto: OMAGGIO! Mi sono avvicinata curiosa e ho subito intravisto che non era niente di che, dei nastrini di colori scialbi (neri, bianchi e azzurrini). Non disdegno mai però, ho subito pensato ai laboratori della Corte Dalì, alle mie bimbe. A dirla tutta (visto che di scatole ce n'erano tre), ho immaginato che magari avrei potuto chiedere se potevo prenderla tutta... ma poi ancora ho pensato che davvero non erano poi un granchè... tutti questi pensieri in pochi attimi. Per sicurezza e scrupolo ho cercato lo sguardo della commessa e ho chiesto se potevo prenderne. La signora mi ha detto di fare pure. Li guardavo e riguardavo e ne ho presi qualche manciata... fino a quando sento con fare sarcastico e di rimprovero: "non esageri". 
Ho ritratto velocemente la mano mortificata! (lo schiaffo) farfugliando che avevo capito che si poteva... che ero di un'associazione... mi sono scusata ed ho infilato la porta con un senso di umiliazione... come se avessi rubato...
Sono salita in macchina rattristita e con questo senso di fastidio e ingiustizia addosso. Insomma era uno specchietto per le allodole, io non li volevo quei nastrini, erano brutti, scarti, praticamente immondizia. Il mio solito senso del "tutto può essere utile" mi aveva fatto soffermare... avevo chiesto... e quella cerbera della cassiera mi ha punto con la sua voce aspra e sarcastica. Non me lo meritavo, no quello schiaffo inaspettato e gratuito non me lo meritavo! Sono ritornata sui miei passi, ho rimesso gli scarti nello scatolone (nonostante le proteste del titolare che nel frattempo era arrivato in negozio e che mi diceva di prenderli pure), ho risposto semplicemente che non li volevo. Non ho detto nient'altro e me ne sono andata, un pò più serena per aver dato un feedback alla cassiera arpia, ma comunque mogia per quanto mi fosse successo.
Quanti schiaffi così ci prendiamo e quanti ne diamo. Quante volte facciamo rimanere male qualcuno solo perchè siamo stufi di stare in un posto o perchè ci si attiva un qualche astruso meccanismo di grettitudine o di strana antipatia? 
Aggiungo che mi trovo in un periodo dove "sento" che la vita mi stia effettivamente un pò schiaffeggiando, un periodo in cui devo rassegnarmi a perdere delle persone, lasciare che prendano la loro via, lontano da me. E' un periodo dove tutto è sempre un pò difficoltoso e mi sento messa alla prova, dove i miei sforzi sono poco ricompensati, dove faccio tanti spruzzi ma vado poco in avanti, dove fatico immensamente e mi sembra di non ottenere nulla. 
Sembra quasi che gli schiaffi si sommino insieme alle delusioni e i sapori in bocca sono un pò amari. 
Signora cassiera perchè sei stata così aspra? Assecondavi il mio stato d'animo o sei davvero così acida con tutti (principalmente con te stessa?)
Ed io, in questo periodo sto schiaffeggiando qualcuno? c' è qualcuno che tratto male gratuitamente? Mi soffermo e penso... voglio farci caso... perchè nessuno si merita gli schiaffi... veri o morali o simbolici... nessuno!

sabato 12 marzo 2016

Per tutte quelle volte che...

I giorni si infilano uno dietro l'altro, densi di eterici che mi avvolgono come una nuvola variopinta, mischiata con umani di diverso genere, senza tregua, senza pausa... mi lasciano e, come in una staffetta, lasciano il testimone al prossimo... ed è un nuovo dialogo, un nuovo incontrare l'altro, nuovi argomenti, altri stati di necessità e giro vorticosamente come un gorgo in un oceano, al rallentatore e precipitevolissimevolmente al contempo.
Per tutte quelle volte che ho visto una persona piangere scossa dall'anima,
per tutte quelle volte che ho sentito una fitta al cuore vedendo qualcuno che si allontanava da me,
per tutte quelle volte che mi sono ricordata di fermare il mio impeto e mettermi in ascolto della persona di fronte,
per tutte quelle volte che mi sono sentita vacillare e perdere la fiducia,
per tutte quelle volte che ho deciso di lasciar perdere e cercare di perdonare,
per tutte quelle volte che ho invocato l'aiuto delle schiere celesti per fare breccia nella sofferenza mia e degli altri,
per tutte quelle volte che mi sono sentita riconosciuta dallo sguardo, dal tocco, dal sorriso di un'amicizia, di un altro essere,
per tutte quelle volte che la vita mi ha sovrastato con la sua ineluttabilità,
per tutte quelle volte che ho creduto di non farcela o che davvero non ce l'ho fatta,
per tutte quelle volte che mi ricordo che le mie figlie sono le mie maestre di vita,
per tutte quelle volte che ho ballato nella natura sentendo la terra che mi riconosceva degna di essere,
per tutte quelle volte che mi incanto di fronte allo spettacolo della natura: la catena dei monti, il germogliare degli alberi, il sole che nasce e muore nell'incandescenza, la vita che continua... sempre!
Per tutte quelle volte che la musica mi porta lontano nei ricordi, nella poesia, nel sentire,
per tutte quelle volte che sento il pensiero intuitivo e mi sento parte dell'immensità,
per tutte quelle volte che mi sono sentita in contatto con un altro essere umano, con la vita stessa, con le forze spirituali
per tutte quelle volte che, al di là di ogni aspettativa, ce l'ho fatta e..
per tutte quelle volte che non sono riuscita a cogliere l'attimo,
per tutte quelle volte che sono stata impotente, 
per tutte quelle volte che ho pianto disperatamente,
per tutte quelle volte che ho perso un amico,
per tutte quelle volte che mi sono sentita inutile...
grazie per tutte quelle volte! 
Sono giorni in cui sento l'energia scivolarmi via, sono giorni in cui mi sembra di aver fallito, sono giorni in cui mi sembra di non essere stata abbastanza per chi mi è intorno, sono giorni che vorrei dimenticare che ci credo, che voglio essere nell'arte sociale, rivolta agli altri. Sono etericamente, animicamente e fisicamente stanca... ma so che spiritualmente ce la posso fare... per tutte quelle volte che l'ho visto... l'ho visto davvero che la vita è un atto d'amore divino, che siamo tutti fratelli... e ringrazio ancora per tutte quelle volte...

martedì 8 marzo 2016

E' sempre bello ricevere dei fiori...

Ecco, sono una di quelle donne che non amano particolarmente la festa della donna. Perchè? Non per il vecchio adagio che bisogna festeggiare  365 giorni l'anno, non perchè mi indigno per il fatto che ci siamo dimenticati dei fatti storici che ricordano questa festa, non perchè le carriere ai vertici sono ancora oggi precluse alle donne, non perchè lo stipendio medio di una donna è sempre inferiore a quello di un uomo con pari lavoro, non perchè la donna deve scegliere tra famiglia e lavoro o impazzire inseguendo entrambi, non perchè la donna è ancora oggi vittima di indicibili violenze. 
No non è per tutte queste ragioni che non amo la festa della donna (anche se potrebbero essere ottime ragioni). 
Non amo uscire l'otto marzo perchè i locali sono pieni di donne urlanti, impomatate, forzatamente su di giri, con aspettative speciali... e i gruppi di "provoloni" uomini che si aggirano come mosconi alla ricerca di prede alticce sono terribili... 
Eppure le donne sono belle, me ne vengono in mente tante (me compresa): isteriche di fronte ad un insetto, perdono dignità trasformandosi in esseri urlanti e tremanti; inette e sconsolate di fronte ai dannati mezzi meccanici che, traditori, smettono (chissà perchè) di funzionare; riflessive e meditabonde sui pasti dei propri cari; gelose e spaventate quando una giovane ragazza entra nel raggio d'azione del proprio compagno; insicure e timorose indossando un nuovo abito davanti ad uno specchio; spaventate e curiose sui dolori del parto; ostinate e irragionevoli nelle loro logiche del cuore; laboriose e attente a quel particolare, proprio quello che corrisponde alla persone che hanno di fronte; argute e veloci nel comprendere che bisogna cambiare argomento e salvare il salvabile; intimiste e consapevoli di avere un'interiorità; curiose e pronte a buttarsi nella tempesta; fiere e piene di coraggio per difendere i propri cuccioli; pronte a correre in soccorso dell'amica, della sorella, dell'altra donna.
Questo dovrebbe celebrare la festa della donna, questo e molto ancora dell'universo femminile, così sfaccettato, così colorato, così nella sensazione, così sornione, così illogico, così... 
Conosco tante donne, tutte belle, speciali, uniche, amiche auguri a tutte voi e decido fermamente che AMO la festa della donna... perchè me lo ricordo sempre, ogni anno, e amo regalare la mimosa, alle mie bimbe, alle donne che incontro e ogni occasione è buona per ricordarsi che siamo esseri d'amore (noi e anche gli uomini)... auguri a tutte.

E' così bello ricevere dei fiori 
e poi le mimose sono così dolci e profumate...

venerdì 4 marzo 2016

Tirare fuori

Tirare fuori! Ecco questo è il pensiero di oggi! (in verita di un paio di giorni fa… quando ho scritto questo post… ma solo ora riesco a pubblicarlo… sob) Tirare fuori in mille modi, per innumerevoli ragioni, alla rinfusa. Oggi mi sono svegliata con un mal di testa particolarmente insistente e fastidioso. Semplicemente, credo, avrei dovuto dormire un po’ di più. Ma la giornata ricca e densa di impegni mi aspettava, mi sono dovuta alzare, di malavoglia, e calarmi nelle solite vicende, nonostante tutto. Il mio compagno della giornata è stato a tratti benevolo e si è affievolito, in altri momenti mi ha martellato la fronte, in altri ancora ha appesantito le palpebre come se ci fossero sopra due sacchettini di polvere di piombo, per qualche istante ha pulsato avvolgendo tutta la testa, in alcuni istanti si è anche appena appena defilato: comunque, il mio caro mal di testa, è rimasto lì con me, a ricordarmi qualcosa. Tanto per cominciare che è necessario darsi tregua per non consumare troppo il corpo e che bisogna sempre trovare dei tempi di ristoro dove rigenerarsi e poi… e poi in qualche breve momento di pausa ho provato a pensare, ascoltare, sentire che cosa, in effetti, mi voleva dire questo mal di testa.
Sono giorni molto intensi, vedo TANTISSIME persone, più del solito, e in aggiunta, posso dire, sono quasi tutte persone nuove, mai viste. Mi sto mischiando, incontrando, tastando e incrociando con numerosissimi eterici altrui, persone agitate, speranzose, spaventate, così ansiose sulla performance che non riescono, appunto, a tirare fuori quello che sanno (la maggior parte), Guardo queste ragazze (più o meno giovani) che annaspano nei loro pensieri, nei loro saperi e nelle più remote paure, per cercar di rispondere a quesiti semplici (in verità, legati al buon senso), senza soffermarsi a pensare, a dare fiducia alle proprie conoscenze, alle proprie idee, a se stessi. E tirano fuori pochissimo, per lo più agitazione.
Sempre in questi giorni mi sono dedicata con un certo impegno nella pittura, in contesti diversi, con maestri e compagni diversi e anche lì ho sentito come una fatica a tirare fuori, penso alle circonvoluzioni di colore che metto nei miei dipinti (come mi ha fatto notare la maestra d’arte Letizia) e come queste circolarità siano movimenti concentrici e contratti della mia interiorità che stento a tirar fuori, così tanto che si ripercuotono sul fisico, sulla mie forme e sul mio benessere.
Mi è venuto in mente il pensatoio di Silente, quando tirava fuori con la bacchetta magica quei rigoli di fumo che erano ricordi, più o meno antichi, che riponeva in questa larga anfora che ribolliva. Mi sembra come se la mia mente (e il mio cuore) fosse ricolma di affannosi pensieri, connessioni da inseguire, frammenti da ricollocare e significare, sincronie da cogliere, progetti da immaginare, ricordi da depositare e sequenze da rispettare… 
Tutto gira vorticosamente nella mia interiorità e credo fortissimamente che io debba tirarla fuori con ordine, coraggio e volontà. Difatti nel corso della giornata il mal di testa è diminuito notevolmente, durante i colloqui ho disegnato molto, intensamente e con grandi sfumature di forme e colori, ho scritto e rielaborato (sono anche andata in bagno)… insomma ho tirato fuori un po’ di cose e il mal di testa mi ha dato un po’ di tregua, si è attenuato il martellamento e mi sento meno attanagliata. 

È subentrata ora un’immensa stanchezza, ma sento che è iniziato un processo, un nuovo momento di consapevolezza. Non posso assimilare, assumere, trattenere e farmi carico di tutto ciò che incontro nel mondo (bello o brutto che sia), è necessario che io impari piano piano a metabolizzare e a lasciare andare, che riesca a non ingoiare ma assaporare, magari anche in modo contemplativo. Tutto questo, mi rendo conto, è molto sensato, infatti in questi giorni ho avuto anche un grande sfogo cutaneo, un eritema. 
Mi rendo conto, anche, che è il tema di questo periodo, che c’è una grande similitudine sulla digestione/assimilazione e metabolizzazione: del cibo, delle sensazioni, delle emozioni, dei pensieri, delle esperienze, delle relazioni, delle azioni… e via dicendo. Ho una vita molto ricca ed è necessario che io impari a tirare fuori, lasciare andare, sensatamente dimenticare… e forse tutto scorrerebbe più semplicemente….

 

mercoledì 24 febbraio 2016

Galleggiamenti... mi metto in ascolto


Caspita, pensavo si trattasse di un momento, di una circostanza, di una contingenza legata al lavoro.
Invece no, mi rendo conto improvvisamente che sono in un mare di palta: immobile, ferma, attonita, cervello vuoto, quasi assenza di emozione (quasi), poche risate... sembra la quiete prima della tempesta.
Sono giorni che mi ritrovo in situazioni assurde, ad aspettare, aspettare nulla di particolare, semplicemente il tempo che passa, perchè devo stare lì e aspettare che qualcun altro faccia qualcosa, arrivi, smetta di fare qualcos'altro. 
E' curioso, non è proprio nelle mie corde... di solito trotto io di qua e di là ad un ritmo fagocitante, passando da una me stessa a un'altra.
Mi ritrovo ad attendere candidate a un posto di lavoro che però non vengono, mi ritrovo ad aspettare ore e ore Cristian che, senza macchina, finisca di lavorare per rientrare tutti a casa, zampetto inutilmente sul computer senza concludere nulla delle miriadi di cose che invece vorrei fare, attendo come un'allocca che arrivi l'acqua calda della doccia, guardandola fissa e speranzosa, arrivo alla cassa e la commessa se ne va scusandosi... e attendo. Aspetto le mie figliole che vadano in bagno. 
A parte un pò di fastidio e una noia mortale iniziale, la concomitanza di tutte queste attese mi ha allertato. Di solito quando accadono delle sincronicità è il momento di mettersi in ascolto: di sè, degli eventi, degli incontri, delle risoluzioni. E non sono mai messaggi chiari, bisogna saperli cogliere... lo dico sempre: come il gatto nero di Matrix, se si presenta due volte è un'anomalia... o meglio una sincronicità, come dicevo, allora bisogna acuire i sensi e ascoltare.
In questi giorni mi sono ritrovata più volte e in luoghi diversi a discorrere di illuminazioni, di vita contemplativa, di voti, di suore. Caspita
Cosa dovrei o potrei cogliere in questo? Non giudico in alcun modo, anzi sono parzialmente affascinata da alcune scelte radicali come lasciare tutto e chiudersi in un convento, anche se una parte di me non può fare a meno di pensare che possa anche essere una mossa semplice; improvvisamente non devi più pensare a nulla, ne al sostentamento personale, ne a progetti di vita o professionali, tracci una linea e segui un sentiero segnato da altri, senza più pensiero e/o affanno. Certo, l'idea di perdere la libertà sembra quasi disumano, ma quale libertà? Di farsi abbindolare dalla materia, dalle competenze o dal valore?
 Libera di fare cose in fin dei conti? 
Deve essere meraviglioso sentire questa "chiamata" e lasciarsi andare come in un fiume, galleggiare nella fede, che vuol dire FIDUCIA, con la certezza che quello che serve accadrà, che quello che è giusto sarà, magari non oggi, magari non in questa vita... ma il cosmo è questo...
Forse devo capire questo? Non affannarmi e lasciare che le cose siano? No credo nel significato e nell'importanza del mio lavoro, nel cercare di creare la casa dell'arte sociale, promuovere una pedagogia dell'amore, del sentire. Ci credo, è vero... e questo è il mio compito, è il mio modo di interpretare la contemplazione dell'universo... forse devo semplicemente avere più FIDUCIA, continuare a fare quello che faccio ma senza affanno, semplicemente e metaforicamente galleggiando nella corrente. Grazie... comunque! 

martedì 23 febbraio 2016

Auto amica mia


Sono qui, in una delle innumerevoli attese di queste giornate, un po’ annoiata, un po’ galleggiante e non voglio esimermi dal continuare il discorso di ieri sui “contenitori”. 
Per due ragioni: da una parte accetto il piccolo sollecito della cara amica Claudia che, vedendomi parlare degli immensi contenuti delle borse delle donne, ha buttato lì un accenno empatico anche sulle vetture, e poi, stamani,  una delle nostre automobili ci ha bellamente che abbandonati. 
Una di quelle normali mattinate in cui, dopo esserci preparati tutti, dopo aver pensato a tutti gli animali di casa dopo aver preparato il bagaglio della giornata, dopo aver verificato il contenuto sospetto delle tasche delle mie figlie, dopo aver rubacchiato qualche tiro di sigaretta, stavo giusto per sedermi in auto, quando squilla il telefono. Già immaginavo che fosse Cristian (alle 7 del mattino chiunque altro è molesto), ho subito pensato che avesse dimenticato a casa qualcosa e pensavo già alle maledette quattro rampe di scale da fare e all’inevitabile ritardo che avrei collezionato. 
E invece no, peggio, la sua macchina dopo la fermata dal benzinaio non ha voluto saperne di ripartire. 
Sob! – Ti raggiungo – è stata la mia consolatoria e stringata risposta. 
In dieci minuti eravamo da lui, nel breve tragitto ho riprogrammato mentalmente la giornata con il nuovo imprevisto, vagliando le possibili varianti e soluzioni. Lo abbiamo raccattato dal benzinaio, la scelta è stata semplice, visto che mi aspettava una giornata lunga, noiosa e abbastanza sedentaria, mi sono fatta accompagnare nel luogo di lavoro (in anticipo a questo punto, essendomi evitata l’accompagnamento a scuola delle mie figlie all’altro capo della città). Passerò qui (prigioniera senza macchina) tutto il giorno. 
Stasera (spero dopo aver trovato delle soluzioni di recupero dell’infedele mezzo meccanico), mi verranno a riprendere. Sembrano segni del destino, quindi mi ritrovo, in questa pausa forzata, senza la mia piccola isola di individualismo (la macchina) e non posso che mettermi a parlarne.
La macchina per me è sempre stata un’espansione dell’intimità della casa, anzi in taluni momenti della mia vita, è stato quasi l’unico luogo di intimità individuale, dove raccogliermi in solitudine, dove pensare, dove piangere, dove sbraitare contro l’ingiustizia del mondo e della vita stessa.
Non a caso l’interno si chiama abitacolo, è proprio un luogo dove ci si “vivicola”, nel senso che non è proprio come le pareti domestiche, tant’è vero che ci sono i vetri e sei alla vista di tutti, però nel contempo è uno spazio privato nel quale neanche gli sguardi indiscreti sono ben ammessi. 
È un luogo dove si possono lasciare pensieri in sospeso, idee da afferrare, cartacce di merende, canzoni da ascoltare e oggetti da trasportare.

Ricordo lunghe passeggiate solitarie inseguendo i tramonti rossi e scintillanti tra i laghi e il Monte Rosa, 
ricordo corse folli, ridendo e cantando a squarciagola con amiche, le migliori amiche, 
ricordo pause pranzo appisolata sul sedile, al freddo, cercando di recuperare qualche quarto d’ora di sonno arretrato, 
ricordo notti stellate nelle vigne toscane attraverso il tettuccio aperto, 
ricordo pianti disperati in momenti disumani, cullati da musiche struggenti, ricordo discorsi e conversazioni immaginarie con persone varie, 
ricordo traslochi e staffette con la macchina carica fino all’orlo di ricordi e pezzi di cuore, 
ricordo litigate furiose con presunti innamorati o vere fiamme gemelle,  
ricordo viaggi in macchina come passeggero, mentre guardi appena il ciglio che scorre e sai molte cose, sei lontano, 
ricordo la macchina ripiena di amici e risate, 
ricordo i momenti difficili quando, ubriaca e malconcia, guidi piano piano piano perché sai che non sei lucido 
e ricordo anche i momenti quando invece sei appena brillo e fai il pirla, guidi sportivamente ed è ancor più pericoloso.

La macchina è il luogo dei luoghi ma è anche un non luogo: non tutti vivono la macchina in questo modo, altre persone la puliscono in modo maniacale (per me ovviamente), lucidano ogni righetta della carrozzeria, aspirano ogni granello o bricciolina (pur non mangiandoci dentro), passano il super prodotto pulente sugli interni, il volante e il cambio, usa lo smacchiatore per i sedili e via dicendo… è comunque una cura particolare e interessante per un semplice mezzo di trasporto. 
Perché non lo è!
L’autovettura è qualcosa che in qualche modo ci rappresenta, è una parte di noi, un luogo dell’anima dove ci sospendiamo un attimo e ci lasciamo condurre altrove. 
L’automatismo della guida ci consente di allontanarci appena appena dal corpo fisico e proiettarci nel dopo, nel pensiero, nel sentire, nel progettare, nell’altro.
E poi la macchina è quel mezzo (assolutamente personale) dove davvero puoi trasportarci di tutto.
La mia macchina è un simpatico ricettacolo stagionale, in bella vista sul cruscotto si possono scorgere belle e variopinte foglie secche, mazzetti rinsecchiti di fiori, sassi levigati o ciotolini di bosco, bastoncini e radici. Le bambine (e anch’io mi ci riconosco abbastanza) sono delle raccoglitrici convinte e nelle nostre passeggiate amano collezionare piccoli tesori che poi sparpagliano per la macchina (e anche la casa devo dire). Sulla macchina poi ci sono spesso ciuffetti, fili e scampolini di stoffa o pannolenci dimenticati, residui dei vari pacchetti e bagagli dei miei innumerevoli hobby artigianali e/o dei vari lavori e delle diverse imprese creative delle mie figlie.
Tutti noi spilucchiamo, mangiamo, merendiamo e ci nutriamo spesso in macchina, con l’ovvio risultato di avere briciole, cartacce, bottigliette e tovagliolini sparsi in giro. Ci sono poi strani oggetti abbandonati, una borsetta di peluche che ha perso il suo proprietario, un elefantino seduto sotto il vetro, un vecchio portadocumenti vuoto dei paesi dell'est,  un vecchio giocattolo in legno delle mie bimbe piccine appeso allo specchietto e varie altre cose, appunti sparsi, una biro, tabacco, accendini, monetine,  coriandoli, vecchie carte, fazzoletti di carta, filtri per le sigarette, stoffe, sacchetti vuoti… insomma un microcosmo. 

Tutte le macchine che ho avuto sono sempre state personalizzate, quasi animate attraverso un nome, dei vezzeggiativi, degli orpelli, oggi la mitica Twingo si chiama Freccia Azzurra (per deridermi un po’ per i miei innumerevoli viaggi tra la città, la casa, la scuola delle bimbe, la Corte Dal’, il lavoro, i parenti, gli amici ….).
Io e Freccia Azzurra maciniamo un sacco di km, mastichiamo percorsi e tragitti, ascoltiamo musica, corriamo tra un sito e l’altro e lei (la mia twingona) fedele e amica, mi segue, resiste, non molla, mi accompagna nelle mie attività, nel mio sentire, nella mia biografia. Mi affeziono sempre a queste piccole case ambulanti, di servizio, fedeli compagne di viaggi e pianti, giochi e lavori, amicizie e infinite solitudini.

Le mie macchine mi hanno sempre accompagnata fedelmente, strenuamente, indefessamente, sono sempre state pezzi di casa, di vita, di intimità, un non luogo ma anche IL LUOGO, dove ti ritiri come in un guscio di tartaruga e sei nel tuo regno.

lunedì 22 febbraio 2016

Borsetta o bagaglio?



In questi giorni mi ritrovo affannata a rincorrere mille cose che mi interessano o che devo fare (!!). Arrivo a casa issandomi in cima ai due piani di scale (due) con i gomiti, praticamente lancio le innumerevoli borse e borsette che mi porto dietro sul tavolo, piuttosto sconsolata.
Ecco proprio di questo volevo parlare: il bagaglio!
Il bagaglio non è una necessità solo per giri fuori porta, vacanze o viaggi, il bagaglio è quell'insieme di cose che potrebbero esserci utili quando non si è in casa.
Tenendo conto che ci sono giornate che esco di casa alle 7.00 del mattino e ci torno tra mezzanotte e l'una, necessito di un bagaglio!
Sono spesso basita vedendo simpatiche donne che vanno in giro con mini borsette, poco più grandi del mio portafoglio, leggere e felici. 
Mi domando come facciano.
Mi piace la canzone di Noemi "la borsa di una donna" che in qualche modo esprime un pò dell'universo che si nasconde dentro quell'appendice (la borsa) irrinunciabile per quasi tutte le donne (per me sicuramente).
La borsa, pensabile come primo bagaglio a mano della giornata, contiene infinite inutilità e  insieme infinite "indispensabilità". (mi piace questo termine vorrei registrarlo come neologismo... ma esisterà sicuramente già... ).
Tra gli oggetti irrinunciabili troviamo il portafoglio che come una matriosca a sua volta contiene parti intime, biglietti, carte ed altri oggetti, tra cui solo marginalmente compare il denaro, nel portafoglio poi è racchiusa la nostra identità, quei piccoli ricordi preziosi e soprattutto il bancomat. 
Poi tra gli oggetti borseschi ci sono i fazzoletti di carta, assolutamente indispensabili, capita sempre di finire in qualche bagno senza carta igienica o di versare una lacrimuccia occasionale, in questi casi il fazzoletto di carta salva la vita. Poi nella borsa non possono mancare uno specchietto e il burro cacao, anzi a dirla tutta sarebbe meglio un piccolo astuccio con i trucchi base, un elastico per capelli, una pinzetta e almeno un rossetto. Tra gli altri miei gadget del bagaglio a mano troviamo: gli occhiali da sole, le chiavi, una chiavetta (almeno) Usb, una penna o una matita (per quel che mi riguarda anche una serie di accendini e il tabacco) e per finire l'AGENDA... non si può andare in giro senza qualcosa su cui scrivere. 
Ah già, dimenticavo l'accessorio moderno irrinunciabile: smartphone e caricabatteria annesso. 
Bene questa è la dotazione minima di una borsa. da qui la mia immensa perplessità sulle mini borse a tracollo... 
forse qualcuno ha reso possibile la magia del gonnellino di Eta Beta? 
Perchè se così fosse farei carte false per averlo...
Va beh, questa è solo la borsa, oggetto che ci si porta via di casa sia uscendo per 5 minuti o 5 ore.
Quindi per giornate lunghe e articolate sono necessarie altre borse e borsette. Alla sera (quando va bene, se no al mattino di corsa maledicendomi di non averlo fatto alla sera) ripasso quello che mi accadrà durante la giornata. Penso a chi incontrerò. dove andrò, cosa farò... e a seconda il bagaglio cambia. Immancabile nella mia vita un libro (non si sa mai, potrei avere qualche minuto, potrei trovarmi in una sala d'attesa, potrei aver voglia di leggere), inoltre amo avere sempre con me la possibilità di disegnare, quindi nella mia borsetta da lavoro infilo un bel quadernone (per disegni e appunti), il libro di cui sopra, un astuccio con diverse penne, matite a punta morbida, pastelli a cera, temperini, forbici, colla, etc... (sempre per essere pronta a tutto, non si sa mai). Poi c'è la borsetta delle cibarie, in particolare in questo periodo dove per acquistare uno spuntino senza glutine e senza proteine animali dovrei fare un mutuo. Allo scopo ho una borsetta con dentro il pranzo, cialdine, acqua, mandarini, mandorle. Poi c'è il bagaglio tematico, la maglia o le pitture o la lana cardata o appunti vari o il portatile ( a volte tutti questi)... secondo quello che mi spetta alla Corte Dalì.
Non contenta, nelle giornate che non rientro a casa, spesso mi fermo per piccole commissioni o per comprare quelle due o tre cose che mancano (e si esce sempre dal supermercato con almeno una borsa piena e spesso anche un mazzetto di fiori perchè li adoro).
Quindi mi capita spesso che rientro a casa, caricandomi come un mulo (perchè fare le quattro rampe, ripide di scale due volte a fine giornata non ce la posso fare), insomma mi carico oltre modo, dovendo in alcuni tratti camminare di lato come un'egiziana e affannosamente guadagno la porta di casa. A seconda dell'orario di arrivo, vengo accolta o dalle bimbe festose che mi baciano e abbracciano sull'uscio, carica e ansimante e dal nostro cane (quando rientro dopo cena solo dal cane Pepe perchè le bimbe dormono), come posso raggiungo il tavolo e, come dicevo all'inizio, poggio pesantemente sul tavolo tutti i miei averi (borsa, borsetta, borsetta cibo, spesa, fiori, chiavi della macchina, eventuale regalino per le bimbe, maglia, libri...).
Mi rendo conto di avere un problema, mia mamma mi dice che ero così sin da bambina, quando andavo in giardino a giocare, mi caricavo come un mulo di pacchetti, borsette e sacchetti e mi trascinavo innumerevoli giochi che avrei voluto utilizzare (e che invece spesso mi venivano sottratti indebitamente dalle amichette non troppo amiche aggiungerei).
Insomma non so cosa vuol dire viaggiare leggera. Quello che è strano è che quando parto per una vacanza, la valigia con vestiti e scarpe è sempre minimale, non sono una maniaca dei mille cambi e dei possibili look da poter estrarre al momento giusto, però ho sempre grandi zaini con libri, album, colori, lane, quaderni.  Sono le cose che amo di più fare e non vorrei mai perdermi il tempo per poterle fare... poi magari succede che mi trascino un libro per giorni e giorni senza mai aprirlo... ma so che prima o poi ci incontreremo, in una lunga coda, in uno strano anticipo... 
Ricordo un anno che sono andata in vacanza in moto, è stato estremamente difficile organizzare il bagaglio, riducendolo al minimo indispensabile... sono riuscita a condensare tutto, ma mi è costato molto. 
Sono certa che ognuno ha le sue personalissime manie, quegli oggetti, più o meno ingombranti, con i quali non si vuole rimanere senza. 
E poi c'è la macchina... che può diventare un altro grande contenitore... ma questa è un'altra storia...