...curioso nel mondo!!!


...curioso nel mondo!!!

I gatti sono curiosi, sornioni, saggi e liberi.



La ricerca continua del filo conduttore del significante

mi porta ad infilare i baffoni in molti luoghi interessanti...







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giovedì 23 febbraio 2017

Sai davvero desiderare?

In questi giorni mi è capitato più volte di dire a persone diverse (sul lavoro, personalmente, in Corte):
Beh ma se non chiedi come pensi che possa arrivare una risposta?
Questo è un approccio decisamente "femminile", perchè le donne, in genere, pretendono che gli altri comprendano i loro stati d'animo e i loro desideri e che rispondano ad essi in modo adeguato automaticamente. Le donne dicono (e ne faccio parte anch'io ovviamente) e ribadiscono che se devono chiederlo tanto vale, che non è lo stesso... e cose del genere.
Ecco vorrei pentirmi di tutto ciò ed esercitare sempre più la facoltà di CHIEDERE quello che voglio, senza tanti giri di parole, senza nascondersi dietro a dei fuscelli, senza pretendere una risposta affermativa. Esprimere chiaramente e sinceramente quello che si sente e si desidera non ci mette in una posizione di debolezza, non ci espone alla delusione, non riduce il valore di ciò che chiediamo, semplicemente abbiamo maggiori possibilità di ottenerlo e di essere più felici.
Non che basti chiedere per ottenere quello che vogliamo, ma almeno possiamo opporci, arrabbiarci, deluderci, arrovellarci, intristirci per qualcosa di vero e non per una mera dietrologia o un'eterna e imponderabile attesa degna dell'orizzonte del Deserto dei Tartari.
Indipendentemente da queste affermazioni abbastanza banali, se vogliamo, quello che mi colpisce (come di consueto) è la risonanza di quanto accade.
Come mai mi ritrovo a dire ad altri sempre lo stesso concetto? 
Perchè mi riguarda ovvio...
E quindi?
Cosa non sto chiedendo e a chi?
E allora mi si illumina un altro pensiero... beh prima ancora di chiedere ad altri... forse dovremmo quotidianamente chiedere a noi stessi quali sono i nostri desideri... perchè se non sappiamo desiderare... beh non abbiamo accesso alla magia, alla realizzazione, a noi stessi.
Il voto, allora, che voglio fare con me stessa è proprio questo: ogni giorno reimpostare il focus sui miei desideri, sui sogni... perchè a volte si realizzano e neanche ce ne accorgiamo, perchè a volte cambiano e non lo sappiamo, perchè a volte ci procuriamo delusioni, aspettative e tradimenti... solo perchè guardiamo dalla parte sbagliata...
ci vorrebbe una scuola dei desideri... una scuola di magia, per donne ... ma anche per uomini... una scuola di sogni nel cassetto... di cassetti che si aprono...

venerdì 7 ottobre 2016

Arti manuali e benefici sulla salute

Sono un pedagogista, nello specifico sono un pedagogista clinico che si occupa di percorsi di crescita e accompagno le persone nella ricerca del proprio ben-Essere personale.
In questo post desidero raccontare perchè nelle mie attività, alla Corte Dalì e con le mie stesse piccoline (anche nella scuola Waldorf è previsto)) insisto nel proporre laboratori e incontri di arte manuale.
Cosa sono le arti manuali? 
Gli uomini e le donne, da sempre, grazie alla profondità della visione, associata al pollice opponibile, ha "allenato" e potenziato le proprie capacità cerebrali utilizzando strumenti e attrezzi per facilitare la propria esistenza, per coltivare il gusto estetico e creare artisticamente.
L'artigianato e la costruzione di oggetti accompagnano l'uomo da sempre ed hanno portato, oltre a grande utilità, anche formidabile nutrimento e ricchezza interiore.
Oggi sempre meno ci dedichiamo a questa straordinaria capacità umana, capita sempre più spesso che lavoriamo solo per il sostentamento e non perchè mettiamo in pratica i nostri talenti o ciò che amiamo "fare", è una magica rarità quando queste due componenti coincidono.
Il terziario, le catene di montaggio e la "fiera dell'inutile" ci hanno allontanato dalle nostre grandi capacità manuali strappandoci dalla nostra scintilla divina capace di creare.
Non so quante volte ho sentito dire la frase: "Non sono capace, sono impedita, non ci sono mai riuscita e non ci riuscirò mai"!
Caspita! E dire che tutti noi con dedizione, esercizio, amore e grande volontà abbiamo imparato a camminare e parlare! Perchè di questo si tratta: ogni bambino mette tutto se stesso per diventare abile nel costruire la propria peculiarità umana e non si abbatte e compie il miracolo di alzare la testa verso il cielo, sfidando la gravità e, infine, mettersi in piedi.
La stessa cosa vale per imparare a suonare uno strumento, disegnare, cucire, cucinare, scolpire, inventare: è solo questione di volontà, esercizio e passione! 
Può sembrare faticoso ma il regalo è grandioso! 
Seguire con cura, passo passo, la costruzione di un maglione, di una giocattolo, di una pittura, di un telaio, di un tappeto, di un capo d'abbigliamento, è quanto di più soddisfacente ci sia.
E' la riconquista della nostra capacità di progettare, di plasmare, di immaginare, di "essere".
Inoltre, pensato per i più piccini, sono attività di straordinaria importanza, perchè le facoltà mentali di un uomo si sviluppano nei primi anni di vita. Il cervello, come tutti gli altri organi del corpo umano,  non è completo alla nascita, durante lo sviluppo non cresce solo in grandezza, ma anche nella sua funzionalità. Quindi un bambino passivo (seduto davanti alla televisione o utilizzando solo due dita su uno schermo touch) rischia di sviluppare uno scarso numero di sinapsi e circonvoluzioni cerebrali. 
Queste ultime si costituiscono attraverso la grande attività delle dita. Per questa ragione è tanto importante che i bambini, sin dalla scuola dell'infanzia, siano abituati a cucire, lavorare a maglia, fare falegnameria, telai e modellaggio. (tutte attività presenti nella scuola Waldorf).
Inoltre lavorare alla trama e agli orditi dei tessuti, seguire il filo della lavorazione, trovare il "bandolo della matassa", seguire uno schema di lavoro sono tutte attività che mettono ordine al pensiero, favoriscono la capacità di trovare soluzioni ai problemi (problem solving a me piace l'italiano), offrono calma e pace interiore.
Inoltre (ancora) un tempo le donne si riunivano in gruppi per ricamare, lavorare a maglia e creare per i propri familiari: erano momenti preziosi di confronto scambio sociale e culturale.
I bambini giocavano sereni nei cortili con la terra, le foglie, gli avanzi del cucito di mamme, nonne e zie e le donne si supportavano a vicenda concretamente, psicologicamente e animicamente.
Oggi siamo chiusi dentro piccoli appartamenti, uffici, loculi di lavoro, abitacoli di macchine, ognun per sè o nelle matriosche relazionali del lavoro e ci disperdiamo, ci sciogliamo come se fossimo cubetti di ghiaccio in acqua calda. Abbiamo perso la parola, il confronto, la connessione con le nostre mani e il nostro cuore e il nostro simile.
Ecco perchè propongo laboratori e gruppi di arti manuali: per sviluppare l'arte sociale, per riconquistare la nostra capacità di connessione con la terra e il cielo insieme, perchè possiamo fare e creare, perchè possiamo accarezzarci animicamente senza raccontarci necessariamente le nostre sofferenze  ma semplicemente offrendoci reciprocamente una tisana, una torta fatta in casa, una battuta, un complimento per il bel lavoro svolto insieme. E tutto ciò nutre l'anima, scalda il cuore e crea grande soddisfazione. 
E' troppo importante ed io insisterò ed insisterò e dedicherò tante forze perchè queste attività siano il più possibili diffuse ed è per questo che c'è il gruppo della maglia, perchè cardiamo la lana e facciamo laboratori di cucito creativo. Ed è anche per questo che è nata la Corte Dalì: la casa dell'arte sociale.









sabato 6 agosto 2016

Un affronto personale...

La macchina mi ha piantato in asso! E' già passato qualche giorno, ma non ho scritto prima perchè l'ho vissuto proprio come un affronto personale.
Finalmente sono in ferie, quest'anno sono arrivata sui gomiti, stanca ed estenuata dai continui "cambi di rotta" e manifestazioni (solo manifestazioni però) di buone prassi al lavoro.
Alla sera del penultimo giorno di lavoro, accaldata, stufa, con la testa piena di inutili informazioni, desiderosa di una doccia e di un sano nulla, ero sulla via di casa, in coda al semaforo, sotto un sole ancora cocente (nonostante fossero quasi le sei di sera).
Finalmente verde, faccio per mettere la marcia... 
STAC un rumore INEQUIVOCABILMENTE di rotto! 
Il pedale della frizione è diventato molle e inutilizzabile.
Una sensazione sgradevolissima, ineluttabile e sconfortante: inutile provare con i pensieri positivi, la fidata Twingo mi ha abbandonato.
Immediatamente quelli in fila dietro di me hanno cominciato a strombazzare (nonostante avessi prontamente messo le quattro frecce), secondo loro cosa stavo facendo? Mi ero fermata proprio lì perchè mi era venuto un raptus meditativo improvviso? Mi ero fermata lì perchè improvvisamente avevo urgenza di farmi le unghie? Non mi schiodavo da lì perchè mi aveva colto un improvviso e catatonico sonno?
Quando mi capita un'improvvisa coda, o qualcuno che tentenna al semaforo, o con le (evidenti) quattro frecce, non suono mai! Cosa suono a fare? Per maledire la persona che mi fa perdere qualche minuto?  Sempre provo grande commiserazione per loro e irritazione per tutti gli inutili e fastidiosi strombazzamenti.
Questa volta è toccato a me! Primo sentimento sconforto!
Quando finalmente gli automobilisti hanno capito che dovevano sorpassarmi, ho cercato di prendere in mano la situazione, mi sono guardata in giro e l'unico passante presente era un vecchio ottuagenario con il bastone. No non poteva aiutarmi. Nel marciapiede di fronte, in cima alla strada, ho intravisto un uomo maturo ma non vecchio, grassoccio ma ben messo. Ecco l'uomo che faceva al mio caso. Ho aspettato pazientemente che arrivasse più o meno all'altezza della mia macchina e gli ho chiesto di darmi una spintarella almeno sul ciglio della strada. L'uomo ha cercato di scantonare, dicendomi: "ma io non ce la faccio", gli ho risposto perentoria e determinata: "ce la fa, ce la fa, su spinga!". Infatti è bastato un piccolo strattone, giusto il tempo di allinearmi alla strada, sul marciapiede basso, e lasciare abbastanza spazio alle macchine per passare. Ho ringraziato ed ho cercato di chiamare la cavalleria (Cristian), niente, telefono occupato. E va bene, ho capito che dovevo cavarmela. Ho chiamato il carro attrezzi convenzionato, il meccanico e in un attimo tutto era sistemato, dovevo solo aspettare l'arrivo dei soccorsi (solo 40 minuti sotto il sole)... 
La cosa che mi ha infastidito di più è stato l'uomo del negozio di pompe funebri, abbiamo spinto l'auto davanti alla sua vetrina (ma non l'entrata).. E' uscito inviperito, lamentandosi della bella idea di piantare lì l'auto, gli ho fatto presente che era guasta. Niente ha continuato. A parte il fatto che non ci sono frotte di persone a guardare la sua triste vetrina,   secondo lui cosa avrei dovuto fare? Spingerla fino a che non trovavo uno spiazzo? Mi ha maledetto andandosene e l'ho un pò commiserato pensando che forse il suo è un lavoro infelice! O forse l'ha scelto perchè già di suo non è una persona felice? Va beh
Ho chiamato Cristian, finalmente mi ha risposto e da lì a breve è arrivato. Abbiamo aspettato il gentilissimo omino che ha caricato la traditrice sul suo mezzo e l'abbiamo scortata fino dal meccanico.
Giorni pre-ferie... il meccanico ha un sacco di vetture da sistemare. 
Ancora oggi non so l'entità del danno. 
Cara Twingo, ti aspetterò, sei la mia amata freccia azzurra... e lo so, non è colpa tua, sei vecchiotta e malandata... hai scelto il momento migliore per abbandonarmi, vicino alle ferie, da sola senza le bimbe, verso casa... 
So tutto, ma comunque mi sembra sempre che sia un affronto diretto a me, una sorta di punizione immeritata... la vettura quel luogo - non luogo protetto, quello spazio di intimità... in un attimo abbandonata! 
E poi tutto passa, presto la macchina verrà aggiustata... ma è sempre interessante incontrarsi nei propri sentimenti, nel sentirsi soli al mondo, tapini e meschini... per delle sciocchezze... forse a ricordarmi che sono una persona molto fortunata... tanto da dare valore affettivo persino ad una macchina.

venerdì 3 giugno 2016

Grazie a tutte quelle donne che...

Non voglio entrare in merito al dolore, ai dettagli, ai pensieri sull'aguzzino, a chi poteva fare qualcosa, all'indifferenza, alla paura, ai consigli... 
Sono fatta così, cerco sempre il lato nascosto delle cose, perchè se no questo mondo sarebbe uno schifo, perchè se no come madre di due bambine dovrei vivere nel terrore e nell'angoscia del futuro, perchè se no dovrei persino avere paura dell'amore.
Credo che nella morte di Sara ci sia un incontro di destino con il ragazzo che l'ha uccisa, credo che non sia giusto immaginare i momenti concitati che hanno condotto a quel terribile appuntamento karmico.
Quello che voglio ora è sottolineare come nella storia ci siano (compresa Sara) donne che ci hanno donato, sacrificandosi, la possibilità di essere libere, di essere chi vogliamo e, anche se c'è ancora molta strada da fare, io credo che neanche uno di questi sacrifici sia stato vano, perchè la nostra terra ha bisogno di un nuovo matriarcato consapevole, perchè sia curata, sia amata, sia abitata in modo cosmopolita e nella fratellanza (sorellanza)... E questo nuovo (e prossimo spero) futuro sarà costruito da donne e da uomini insieme e grazie, infinitamente grazie per il dono di tutti quelli che si sono sacrificati (perchè anche l'assassino ha decretato la fine della sua vita con quel gesto violento che gridava per mancanza d'amore come un neonato abbandonato). Ha "bruciato" anche la sua vita insieme a quella della ragazza... e tali sacrifici non possono essere onorati dall'odio, ma solo da un rispettoso e grato silenzio, lasciando il giudizio di valore alla vita stessa.

venerdì 29 aprile 2016

Mamme e donne: com'erano belle

E' tardi, sono un pò stanca, ma voglio scrivere ugualmente due righe.
Oggi eravamo in Corte Dalì delle mamme (belle), delle bambine (bellissime), sole, arietta, primavera e tanta serenità. Uno scorcio di comunità, un agglomerato umano, un insieme di anime eravamo, vicine e lontane, simili e diverse. Ho sentito come una magia nello stare lì insieme a condividere pensieri sulla scelta e sull'esserci come genitori. Siamo tutte donne che ci siamo poste una domanda, un pensiero su come allevare i nostri figli, su come scegliere l'agenzia educativa che, insieme a noi, accompagnerà i nostri figli per tanti e fondamentali anni.
Siamo tutte mamme che abbiamo scelto un percorso di studi Waldorf, a partire dalla materna.
Abbiamo parlato di intenzionalità educativa e importanza dei processi, ci siamo confrontate sulle nostre aspettative, sui nostri limiti e sulle paure di mamme... mamme consapevoli che questo è un mondo difficile dove far crescere un bimbo. Noi chiacchieravamo e le bimbe, tranquille, hanno giocato con le piante e i sassi, i dondoli e i nastri, i telai e le amichette. Un magico momento di arte sociale e comunione femminile.
Grazie care amiche di essere state con me in questo istante dove ci siamo riconosciute compagne in un viaggio bello ma assai tortuoso, perchè scegliere un percorso fuori dalla norma implica una fatica, doversi sempre rinnovare e rimescolare, camminare insieme, sia con chi ci somiglia, sia con chi è profondamente diverso da noi. 
E quelle bimbe, oggi, nel sole, nel vento, nel gioco, nell'amore... com'erano belle!

martedì 8 marzo 2016

E' sempre bello ricevere dei fiori...

Ecco, sono una di quelle donne che non amano particolarmente la festa della donna. Perchè? Non per il vecchio adagio che bisogna festeggiare  365 giorni l'anno, non perchè mi indigno per il fatto che ci siamo dimenticati dei fatti storici che ricordano questa festa, non perchè le carriere ai vertici sono ancora oggi precluse alle donne, non perchè lo stipendio medio di una donna è sempre inferiore a quello di un uomo con pari lavoro, non perchè la donna deve scegliere tra famiglia e lavoro o impazzire inseguendo entrambi, non perchè la donna è ancora oggi vittima di indicibili violenze. 
No non è per tutte queste ragioni che non amo la festa della donna (anche se potrebbero essere ottime ragioni). 
Non amo uscire l'otto marzo perchè i locali sono pieni di donne urlanti, impomatate, forzatamente su di giri, con aspettative speciali... e i gruppi di "provoloni" uomini che si aggirano come mosconi alla ricerca di prede alticce sono terribili... 
Eppure le donne sono belle, me ne vengono in mente tante (me compresa): isteriche di fronte ad un insetto, perdono dignità trasformandosi in esseri urlanti e tremanti; inette e sconsolate di fronte ai dannati mezzi meccanici che, traditori, smettono (chissà perchè) di funzionare; riflessive e meditabonde sui pasti dei propri cari; gelose e spaventate quando una giovane ragazza entra nel raggio d'azione del proprio compagno; insicure e timorose indossando un nuovo abito davanti ad uno specchio; spaventate e curiose sui dolori del parto; ostinate e irragionevoli nelle loro logiche del cuore; laboriose e attente a quel particolare, proprio quello che corrisponde alla persone che hanno di fronte; argute e veloci nel comprendere che bisogna cambiare argomento e salvare il salvabile; intimiste e consapevoli di avere un'interiorità; curiose e pronte a buttarsi nella tempesta; fiere e piene di coraggio per difendere i propri cuccioli; pronte a correre in soccorso dell'amica, della sorella, dell'altra donna.
Questo dovrebbe celebrare la festa della donna, questo e molto ancora dell'universo femminile, così sfaccettato, così colorato, così nella sensazione, così sornione, così illogico, così... 
Conosco tante donne, tutte belle, speciali, uniche, amiche auguri a tutte voi e decido fermamente che AMO la festa della donna... perchè me lo ricordo sempre, ogni anno, e amo regalare la mimosa, alle mie bimbe, alle donne che incontro e ogni occasione è buona per ricordarsi che siamo esseri d'amore (noi e anche gli uomini)... auguri a tutte.

E' così bello ricevere dei fiori 
e poi le mimose sono così dolci e profumate...

martedì 23 febbraio 2016

Auto amica mia


Sono qui, in una delle innumerevoli attese di queste giornate, un po’ annoiata, un po’ galleggiante e non voglio esimermi dal continuare il discorso di ieri sui “contenitori”. 
Per due ragioni: da una parte accetto il piccolo sollecito della cara amica Claudia che, vedendomi parlare degli immensi contenuti delle borse delle donne, ha buttato lì un accenno empatico anche sulle vetture, e poi, stamani,  una delle nostre automobili ci ha bellamente che abbandonati. 
Una di quelle normali mattinate in cui, dopo esserci preparati tutti, dopo aver pensato a tutti gli animali di casa dopo aver preparato il bagaglio della giornata, dopo aver verificato il contenuto sospetto delle tasche delle mie figlie, dopo aver rubacchiato qualche tiro di sigaretta, stavo giusto per sedermi in auto, quando squilla il telefono. Già immaginavo che fosse Cristian (alle 7 del mattino chiunque altro è molesto), ho subito pensato che avesse dimenticato a casa qualcosa e pensavo già alle maledette quattro rampe di scale da fare e all’inevitabile ritardo che avrei collezionato. 
E invece no, peggio, la sua macchina dopo la fermata dal benzinaio non ha voluto saperne di ripartire. 
Sob! – Ti raggiungo – è stata la mia consolatoria e stringata risposta. 
In dieci minuti eravamo da lui, nel breve tragitto ho riprogrammato mentalmente la giornata con il nuovo imprevisto, vagliando le possibili varianti e soluzioni. Lo abbiamo raccattato dal benzinaio, la scelta è stata semplice, visto che mi aspettava una giornata lunga, noiosa e abbastanza sedentaria, mi sono fatta accompagnare nel luogo di lavoro (in anticipo a questo punto, essendomi evitata l’accompagnamento a scuola delle mie figlie all’altro capo della città). Passerò qui (prigioniera senza macchina) tutto il giorno. 
Stasera (spero dopo aver trovato delle soluzioni di recupero dell’infedele mezzo meccanico), mi verranno a riprendere. Sembrano segni del destino, quindi mi ritrovo, in questa pausa forzata, senza la mia piccola isola di individualismo (la macchina) e non posso che mettermi a parlarne.
La macchina per me è sempre stata un’espansione dell’intimità della casa, anzi in taluni momenti della mia vita, è stato quasi l’unico luogo di intimità individuale, dove raccogliermi in solitudine, dove pensare, dove piangere, dove sbraitare contro l’ingiustizia del mondo e della vita stessa.
Non a caso l’interno si chiama abitacolo, è proprio un luogo dove ci si “vivicola”, nel senso che non è proprio come le pareti domestiche, tant’è vero che ci sono i vetri e sei alla vista di tutti, però nel contempo è uno spazio privato nel quale neanche gli sguardi indiscreti sono ben ammessi. 
È un luogo dove si possono lasciare pensieri in sospeso, idee da afferrare, cartacce di merende, canzoni da ascoltare e oggetti da trasportare.

Ricordo lunghe passeggiate solitarie inseguendo i tramonti rossi e scintillanti tra i laghi e il Monte Rosa, 
ricordo corse folli, ridendo e cantando a squarciagola con amiche, le migliori amiche, 
ricordo pause pranzo appisolata sul sedile, al freddo, cercando di recuperare qualche quarto d’ora di sonno arretrato, 
ricordo notti stellate nelle vigne toscane attraverso il tettuccio aperto, 
ricordo pianti disperati in momenti disumani, cullati da musiche struggenti, ricordo discorsi e conversazioni immaginarie con persone varie, 
ricordo traslochi e staffette con la macchina carica fino all’orlo di ricordi e pezzi di cuore, 
ricordo litigate furiose con presunti innamorati o vere fiamme gemelle,  
ricordo viaggi in macchina come passeggero, mentre guardi appena il ciglio che scorre e sai molte cose, sei lontano, 
ricordo la macchina ripiena di amici e risate, 
ricordo i momenti difficili quando, ubriaca e malconcia, guidi piano piano piano perché sai che non sei lucido 
e ricordo anche i momenti quando invece sei appena brillo e fai il pirla, guidi sportivamente ed è ancor più pericoloso.

La macchina è il luogo dei luoghi ma è anche un non luogo: non tutti vivono la macchina in questo modo, altre persone la puliscono in modo maniacale (per me ovviamente), lucidano ogni righetta della carrozzeria, aspirano ogni granello o bricciolina (pur non mangiandoci dentro), passano il super prodotto pulente sugli interni, il volante e il cambio, usa lo smacchiatore per i sedili e via dicendo… è comunque una cura particolare e interessante per un semplice mezzo di trasporto. 
Perché non lo è!
L’autovettura è qualcosa che in qualche modo ci rappresenta, è una parte di noi, un luogo dell’anima dove ci sospendiamo un attimo e ci lasciamo condurre altrove. 
L’automatismo della guida ci consente di allontanarci appena appena dal corpo fisico e proiettarci nel dopo, nel pensiero, nel sentire, nel progettare, nell’altro.
E poi la macchina è quel mezzo (assolutamente personale) dove davvero puoi trasportarci di tutto.
La mia macchina è un simpatico ricettacolo stagionale, in bella vista sul cruscotto si possono scorgere belle e variopinte foglie secche, mazzetti rinsecchiti di fiori, sassi levigati o ciotolini di bosco, bastoncini e radici. Le bambine (e anch’io mi ci riconosco abbastanza) sono delle raccoglitrici convinte e nelle nostre passeggiate amano collezionare piccoli tesori che poi sparpagliano per la macchina (e anche la casa devo dire). Sulla macchina poi ci sono spesso ciuffetti, fili e scampolini di stoffa o pannolenci dimenticati, residui dei vari pacchetti e bagagli dei miei innumerevoli hobby artigianali e/o dei vari lavori e delle diverse imprese creative delle mie figlie.
Tutti noi spilucchiamo, mangiamo, merendiamo e ci nutriamo spesso in macchina, con l’ovvio risultato di avere briciole, cartacce, bottigliette e tovagliolini sparsi in giro. Ci sono poi strani oggetti abbandonati, una borsetta di peluche che ha perso il suo proprietario, un elefantino seduto sotto il vetro, un vecchio portadocumenti vuoto dei paesi dell'est,  un vecchio giocattolo in legno delle mie bimbe piccine appeso allo specchietto e varie altre cose, appunti sparsi, una biro, tabacco, accendini, monetine,  coriandoli, vecchie carte, fazzoletti di carta, filtri per le sigarette, stoffe, sacchetti vuoti… insomma un microcosmo. 

Tutte le macchine che ho avuto sono sempre state personalizzate, quasi animate attraverso un nome, dei vezzeggiativi, degli orpelli, oggi la mitica Twingo si chiama Freccia Azzurra (per deridermi un po’ per i miei innumerevoli viaggi tra la città, la casa, la scuola delle bimbe, la Corte Dal’, il lavoro, i parenti, gli amici ….).
Io e Freccia Azzurra maciniamo un sacco di km, mastichiamo percorsi e tragitti, ascoltiamo musica, corriamo tra un sito e l’altro e lei (la mia twingona) fedele e amica, mi segue, resiste, non molla, mi accompagna nelle mie attività, nel mio sentire, nella mia biografia. Mi affeziono sempre a queste piccole case ambulanti, di servizio, fedeli compagne di viaggi e pianti, giochi e lavori, amicizie e infinite solitudini.

Le mie macchine mi hanno sempre accompagnata fedelmente, strenuamente, indefessamente, sono sempre state pezzi di casa, di vita, di intimità, un non luogo ma anche IL LUOGO, dove ti ritiri come in un guscio di tartaruga e sei nel tuo regno.

lunedì 22 febbraio 2016

Borsetta o bagaglio?



In questi giorni mi ritrovo affannata a rincorrere mille cose che mi interessano o che devo fare (!!). Arrivo a casa issandomi in cima ai due piani di scale (due) con i gomiti, praticamente lancio le innumerevoli borse e borsette che mi porto dietro sul tavolo, piuttosto sconsolata.
Ecco proprio di questo volevo parlare: il bagaglio!
Il bagaglio non è una necessità solo per giri fuori porta, vacanze o viaggi, il bagaglio è quell'insieme di cose che potrebbero esserci utili quando non si è in casa.
Tenendo conto che ci sono giornate che esco di casa alle 7.00 del mattino e ci torno tra mezzanotte e l'una, necessito di un bagaglio!
Sono spesso basita vedendo simpatiche donne che vanno in giro con mini borsette, poco più grandi del mio portafoglio, leggere e felici. 
Mi domando come facciano.
Mi piace la canzone di Noemi "la borsa di una donna" che in qualche modo esprime un pò dell'universo che si nasconde dentro quell'appendice (la borsa) irrinunciabile per quasi tutte le donne (per me sicuramente).
La borsa, pensabile come primo bagaglio a mano della giornata, contiene infinite inutilità e  insieme infinite "indispensabilità". (mi piace questo termine vorrei registrarlo come neologismo... ma esisterà sicuramente già... ).
Tra gli oggetti irrinunciabili troviamo il portafoglio che come una matriosca a sua volta contiene parti intime, biglietti, carte ed altri oggetti, tra cui solo marginalmente compare il denaro, nel portafoglio poi è racchiusa la nostra identità, quei piccoli ricordi preziosi e soprattutto il bancomat. 
Poi tra gli oggetti borseschi ci sono i fazzoletti di carta, assolutamente indispensabili, capita sempre di finire in qualche bagno senza carta igienica o di versare una lacrimuccia occasionale, in questi casi il fazzoletto di carta salva la vita. Poi nella borsa non possono mancare uno specchietto e il burro cacao, anzi a dirla tutta sarebbe meglio un piccolo astuccio con i trucchi base, un elastico per capelli, una pinzetta e almeno un rossetto. Tra gli altri miei gadget del bagaglio a mano troviamo: gli occhiali da sole, le chiavi, una chiavetta (almeno) Usb, una penna o una matita (per quel che mi riguarda anche una serie di accendini e il tabacco) e per finire l'AGENDA... non si può andare in giro senza qualcosa su cui scrivere. 
Ah già, dimenticavo l'accessorio moderno irrinunciabile: smartphone e caricabatteria annesso. 
Bene questa è la dotazione minima di una borsa. da qui la mia immensa perplessità sulle mini borse a tracollo... 
forse qualcuno ha reso possibile la magia del gonnellino di Eta Beta? 
Perchè se così fosse farei carte false per averlo...
Va beh, questa è solo la borsa, oggetto che ci si porta via di casa sia uscendo per 5 minuti o 5 ore.
Quindi per giornate lunghe e articolate sono necessarie altre borse e borsette. Alla sera (quando va bene, se no al mattino di corsa maledicendomi di non averlo fatto alla sera) ripasso quello che mi accadrà durante la giornata. Penso a chi incontrerò. dove andrò, cosa farò... e a seconda il bagaglio cambia. Immancabile nella mia vita un libro (non si sa mai, potrei avere qualche minuto, potrei trovarmi in una sala d'attesa, potrei aver voglia di leggere), inoltre amo avere sempre con me la possibilità di disegnare, quindi nella mia borsetta da lavoro infilo un bel quadernone (per disegni e appunti), il libro di cui sopra, un astuccio con diverse penne, matite a punta morbida, pastelli a cera, temperini, forbici, colla, etc... (sempre per essere pronta a tutto, non si sa mai). Poi c'è la borsetta delle cibarie, in particolare in questo periodo dove per acquistare uno spuntino senza glutine e senza proteine animali dovrei fare un mutuo. Allo scopo ho una borsetta con dentro il pranzo, cialdine, acqua, mandarini, mandorle. Poi c'è il bagaglio tematico, la maglia o le pitture o la lana cardata o appunti vari o il portatile ( a volte tutti questi)... secondo quello che mi spetta alla Corte Dalì.
Non contenta, nelle giornate che non rientro a casa, spesso mi fermo per piccole commissioni o per comprare quelle due o tre cose che mancano (e si esce sempre dal supermercato con almeno una borsa piena e spesso anche un mazzetto di fiori perchè li adoro).
Quindi mi capita spesso che rientro a casa, caricandomi come un mulo (perchè fare le quattro rampe, ripide di scale due volte a fine giornata non ce la posso fare), insomma mi carico oltre modo, dovendo in alcuni tratti camminare di lato come un'egiziana e affannosamente guadagno la porta di casa. A seconda dell'orario di arrivo, vengo accolta o dalle bimbe festose che mi baciano e abbracciano sull'uscio, carica e ansimante e dal nostro cane (quando rientro dopo cena solo dal cane Pepe perchè le bimbe dormono), come posso raggiungo il tavolo e, come dicevo all'inizio, poggio pesantemente sul tavolo tutti i miei averi (borsa, borsetta, borsetta cibo, spesa, fiori, chiavi della macchina, eventuale regalino per le bimbe, maglia, libri...).
Mi rendo conto di avere un problema, mia mamma mi dice che ero così sin da bambina, quando andavo in giardino a giocare, mi caricavo come un mulo di pacchetti, borsette e sacchetti e mi trascinavo innumerevoli giochi che avrei voluto utilizzare (e che invece spesso mi venivano sottratti indebitamente dalle amichette non troppo amiche aggiungerei).
Insomma non so cosa vuol dire viaggiare leggera. Quello che è strano è che quando parto per una vacanza, la valigia con vestiti e scarpe è sempre minimale, non sono una maniaca dei mille cambi e dei possibili look da poter estrarre al momento giusto, però ho sempre grandi zaini con libri, album, colori, lane, quaderni.  Sono le cose che amo di più fare e non vorrei mai perdermi il tempo per poterle fare... poi magari succede che mi trascino un libro per giorni e giorni senza mai aprirlo... ma so che prima o poi ci incontreremo, in una lunga coda, in uno strano anticipo... 
Ricordo un anno che sono andata in vacanza in moto, è stato estremamente difficile organizzare il bagaglio, riducendolo al minimo indispensabile... sono riuscita a condensare tutto, ma mi è costato molto. 
Sono certa che ognuno ha le sue personalissime manie, quegli oggetti, più o meno ingombranti, con i quali non si vuole rimanere senza. 
E poi c'è la macchina... che può diventare un altro grande contenitore... ma questa è un'altra storia...

giovedì 7 novembre 2013

Magnificat





 
 Novembre ci ha accolto nel movimento e nelle attività, nella meraviglia della natura, nella raccolta di frutti e nel torpore di attraversare la vita come saette incandescenti, affamate di aria che brucia al solo contatto.

Navigo felice tra le persone, nel fare insieme, nel cercare risposte o forse nel cercare sempre nuove domande che innescano nuovi cammini.
In molti momenti fatico a stare dietro al ritmo di tutto e di quanto avviene intorno a me. 
Sempre più la presenza, l’esserci integralmente e fortemente, mi è richiesto in tutti gli ambiti di vita: la famiglia, la scuola, il lavoro, i progetti, le realizzazioni, le passioni, i miei animali, la natura stessa.

È uno zampettare frenetico tra riunioni programmate, riti familiari, stagioni che si attraversano e insieme tante persone che con una grande risonanza condividono un sentire. 
Amicizie che nascono, affinità germogliano e sono promesse di lunghi tragitti variopinti.

Novembre iniziato un po’ nella pioggia e un po’ nei cieli scintillanti mi sta regalando dei sogni e dei nuovi desideri, fatiche ma tanta gioia… nella pazienza e nel grande anelito di “stare con” l’umanità, tutti i miei fratelli.

Lavorare in equipe di lavoro sentendo ogni giorno che il nostro orto è più variegato, più ricco… che è un giardino… un pensiero condiviso: tanto bene alle “mie maestre” che inseguono un sogno insieme a me… nutrire l’infanzia… esserci intenzionalmente… veramente… nella bellezza e nell’amore.
 
E sono belle parole che poi si traducono in cose semplici: fare insieme una borsa in feltro con donne amiche, affini, sorelle.
 
Onorare le feste e la stagionalità e preparare con le bimbe ossi dei morti per la commemorazione dei defunti.

Passeggiare tutti insieme nei boschi della nostra valle e scoprire che quest’anno gli agrifogli sono pieni di bacche rosse.

Meravigliarsi, insieme alle mie bimbe, della bellezza degli alberi carichi di cachi lucenti, macchie di colore arancione, un lampo dell’estate che è passata.

E poi improvvisamente magnificamente straordinariamente nelle corse mattutine ecco un arcobaleno… ed è sgomento: magnificat.

lunedì 8 luglio 2013

Percorsi del volere: cucire una bambola di stoffa!



Derviscio


 Riassumendo: a parte il fatto che mi sembra di vivere come un derviscio, in questo moto perpetuo del sentire, in questa danza rotante delle relazioni e quindi diventa estremamente difficile seguire un filo logico degli eventi…

Premesso questo volevo soffermarmi su una settimana molto particolare appena vissuta: ho trascorso cinque mattinate in un gruppo di donne per fare la classica bambola steineriana da vestire.

Qualche settimana fa una cara amica della compagnia dell’ago mi aveva annunciato questo simpatico corso intensivo.

Avevo già fatto una di queste bambole, l’avevo cucita e preparata con tanto amore per la mia Piccolona un paio di anni fa, a Natale Gesù Bambino l’aveva portata e lei la chiamò Sofia, fu subito un grande amore.

Per la Micina piccola nel frattempo sono arrivate altre bambole: bamboline in miglio e lavanda e la Titti (sempre fatta da me, bambola con pigiamino). Era un po’ che pensavo che era arrivato il momento di confezionare La Bambola della piccina e quando Arianna ha parlato del corso mi sono illuminata. D’istinto le ho detto che avrei partecipato.

Questa settimana (appena trascorsa) è stato come un profondo e significativo viaggio interiore (solo parzialmente inaspettato).

Per iniziare ogni giorno mi dovevo svegliare di buon mattino perché il corso si teneva a due (e dico due) ore di macchina da casa mia!!!! (se non è buona volontà questa). A metà strada mi incontravo con Lilli che ha partecipato a questo processo insieme a me.

Quindi (grazie anche all’ausilio prezioso della tecnologia, ovvero con il navigatore) ci siamo addentrate in quel di Invorio per giungere in questo ameno quanto sperduto paesino di Barquedo. Se non fosse stato per il petulante e preciso navigatore quando ci siamo ritrovate in stradine larghe quanto la vettura che si snodavano tra boschi e prati incontaminati, avremmo sicuramente girato la macchina convinte di esserci perse.

Invece eccoci giunte in questo luogo molto grazioso, un piccolo spazio erboso con annessa piccola baita con tutti i confort desiderabili (tavoli, toilette, piastra per il caffè etc).

Abbiamo incontrato le due donne (madre e figlia) che tenevano il corso: Marinella e Manuela.

Ci siamo sedute all’aperto intorno ad un tavolo in legno e le maestre ci hanno mostrato delle bambole finite, erano bellissime e complicatissime da fare…..

Manuela ha introdotto il lavoro offrendo qualche spiegazione sul perché proprio queste bambole (che presuppongono un grande lavoro) e non le semplici bambole comprate (persino quelle di stoffa).

In prima istanza il solito discorso sulla differenza percettiva tra plastica e materiali naturali. Il bambino ha bisogno di incontrare (nelle sue sperimentazioni, nei vissuti, nel gioco) qualcosa che gli porti incontro la verità, il “vero” che c’è nel mondo. La plastica è una sostanza derivata, costruita e non ha una vera corrispondenza (in termini percettivi, energetici, tonici) con la realtà naturale che ci circonda. In modo particolare la bambola, rappresentando la figura umana, ha una necessità intrinseca di verosimiglianza con la realtà vivente. Una bambola steineriana è fatta di cotone, lana naturale e soprattutto di calore e amore umani.

Nessun giocattolo prodotto in una fabbrica o in serie ha in sé quelle caratteristiche animiche che possiede un gioco costruito con il sentire, l’amore, il volere e l’intenzione di un individuo.

Dopo questa breve e giustissima introduzione siamo partite nella “volontà”, abbiamo cominciato a cucire le varie parti in maglina color incarnato (gambe e corpo, braccia e testa).

Detto così sembra una cosa semplice, in verità bisogna cucire con punti piccoli, precisi e saldi perché la bambola non si “apra” tra le mani giocose di un bimbo. Abbiamo utilizzato il punto “macchinetta” o punto “indietro” che dir si voglia e abbiamo cucito con grande cura ed attenzione. Abbiamo impiegato tutta la mattina ed è stato molto faticoso (alcuni, tra cui io, abbiamo dovuto terminare a casa, con dita sanguinanti e doloranti).

Beh poi io e Lilli siamo corse a prendere la macchina, una bella corsa nel caldo e nel traffico e via al lavoro. Non credevo che sarei stata così stanca e poco propensa a nuove attività!!!

L’indomani ci siamo dedicate al riempimento dei pezzi che avevamo cucito! È un lavoro tutt’altro che semplice o veloce. Ci vuole molta pazienza e perseveranza. Dopo aver preparato delle palline belle dure di lana per mani e piedi, si preparano dei piccoli ciuffetti di lana grezza e si vanno ad infilare negli arti, spingendo con forza (anche con l’aiuto del manico di un cucchiaio di legno), si cerca di infilare i ciuffi uno dentro l’altro come a formare una pila di bicchierini uno dentro l’altro (come una matriosca), sempre spingendo con forza. Gli arti devono essere belli duri e “gnucchi” (parola che è piaciuta molto alle nostre maestre venete che non ne conoscevano il significato dialettale). Insomma devono essere belli sodi e nel frattempo bisogna cercare di evitare nodi (groppi… alla veneta), ispessimenti e gibolli.

Il secondo incontro è stato dedicato a questa delicata operazione e qui si comincia a comprendere cosa si intende che questo balocco per bambini ha in sé l’energia di chi la costruisce, energia offerta al piccolo che la coccolerà, amerà, tirerà per le braccine gnucche ….

La giornata poi si è dipanata nell’accelerazione, sono scappata a pranzo dalla sorella Diana, un paio d’ore rubate (come sempre) per chiacchierare di noi, dei nostri percorsi, sempre di fretta, affamate, desiderose di condividere ma sempre prese dalla vita che incalza e chiede attività, presenza… un soffio d’amore stare con lei, una voglia di carezzare il suo sentire, una sensazione penetrante di somiglianza, di appartenenza… sono centinaia d’anni che ci vogliamo bene io e lei….

Una fuga veloce verso casa dove già mi aspettavano amici cari, venuti a salutarci prima di partire per il mare e in breve rieccomi rituffata nel dialogo, nella relazione, nell’esserci con un’altra persona… soffi di me, di esistenza, di compresenza… e via alla sera a festeggiare il compleanno di un’altra affinità elettiva… La giornata è finalmente finita: sono piena, affollata, un pochino concitata…


E rieccoci a Barquedo per il terzo giorno… e tutto si ferma, placide queste donne (me compresa) si riuniscono operose e lavorano, scambiano qualche simpatica chiacchiera, alcuni argomenti sono profondi, ci si racconta, ci si conosce, ci si affeziona… Ogni giorno abbiamo portato qualche buona leccornia da condividere: pane e marmellata, brioche, biscottini, tisane, succhi ci hanno accompagnato in queste nostre mattinate, insieme a ciuffi di lana, aghi ritorni, spilli, forbicine… sempre immerse in questo spazio verde, abbracciate tra cielo e natura…

 
 

In questa atmosfera placida ed avvolgente il tempo e i pensieri si quietavano e si lavorava contente…

Come dicevo il terzo giorno abbiamo fatto una parte molto importante e difficile, abbiamo preparato la testa: si parte da una nocciolina dura di lana e si avvolge con forza. La testa deve essere bella dura e rotonda. Non è certo facile! Poi la grossa palla di lana si infila in una garza e con opportune legature (con un filo moooolto resistente) si crea l’incavo degli occhi, la forma della nuca, i guanciotti… Poi con pazienza e forza si cuciono i fili, si ricopre di maglina e si cuce… avevo tutte le dita bucate. È un piccolo miracolo della nascita vedere questa piccola figura prendere forma sotto le proprie mani… sempre dietro l’attenta guida delle nostre maestre, così dolci, disponibili, sorridenti, incoraggianti…

In questa giornata andare al lavoro è stato ancor più difficile, ero abbastanza svuotata (positivamente), il desiderio era di rimanere in movimento, nel fare… il pensare era fastidioso…

Venerdì (quarto giorno) abbiamo cominciato a mettere insieme i pezzi, abbiamo cucito la testa alle spalle e le braccia, abbiamo poi unito corpo e gambe e abbiamo cucito con punti (materasso) piccoli e forti sempre per garantire grande resistenza a queste piccine di stoffa… man mano che la bambola prendeva forma ho cominciato ad intravedere una lieve somiglianza con la mia Piccina… mentre cucivo, imbottivo, avvolgevo, montavo con “la coda dell’occhio” pensavo sempre a lei ed effettivamente…

Marinella e Manuela sono due persone splendide, hanno portato un’emozione vera, parte di loro, l’accoglienza … il sorriso vero, dolce e sincero: mi hanno dato grande nutrimento. Guardavo con orgoglio questo gruppo, la bellezza della femminilità che abbraccia incondizionatamente e crea… meraviglioso!!!

Non nascondo che i viaggi interminabili (due ore andata e due a tornare) siano stati estenuanti e non ne potevo più…. 
Ma sabato, ultimo giorno di corso, abbiamo completato le ultime cuciture, abbiamo avviato la capigliatura (solo avviato perché i fili di lana vanno cuciti uno ad uno…. E  ci vorrà un po’ di tempo)… insomma in quella mattinata ero dispiaciuta che questi dolci e ricchi incontri in natura, nel fare, nel sentire, nell’esserci con gli altri, si concludessero. 
Ero dispiaciuta di salutare queste donne fantastiche, piene di volontà, di generosità, di sentimento, di bellezza… provavo sentimenti diversi per le due maestre…. 
Marinella è una bellissima e saggia mamma… operosa, accogliente e Manuela è molto bella, ha questo sguardo ridente, emozionato… vivente. Grazie, grazie ad entrambe e grazie a tutto il gruppo che ha fatto un percorso difficile, nella figura umana, nella femminilità, nella maternità, nell’esserci insieme. Grazie!  Ed ora mi aspetta altro lavoro a casa… devo concludere i capelli, fare il vestitino… ci siamo ripromesse, Io e Lilli, di continuare insieme…
Fare la bambola un’esperienza meravigliosa…