...curioso nel mondo!!!


...curioso nel mondo!!!

I gatti sono curiosi, sornioni, saggi e liberi.



La ricerca continua del filo conduttore del significante

mi porta ad infilare i baffoni in molti luoghi interessanti...







martedì 14 febbraio 2017

La strada per la saggezza è in salita

Mastodontico il pensiero che vorrei tradurre, o argomentare, o affrontare, o su cui disquisire nei miei esercizi di scrittura. 
Talmente pachidermico questo pensiero che lo affronto nel modo che meglio mi riesce, ovvero senza seguire fili logici, scrivendo di getto, secondo il sentire, tradendo, a tratti, la giusta punteggiatura e la sequenza logica delle frasi.
Saggezza? parola troppo grossa, sempre, in ogni caso fuori luogo, per la quale, credo, ci siano pochissime persone all'altezza... forse i bambini...
Saggezza? roba da bambini o da vetusti ottuagenari...
Saggezza? Riconoscere la propria ignoranza, pochezza, temporalità, fallibilità...
Saggezza? Saper riconoscere l'ineluttabilità, dimenticare i mulini a vento, capire le ragioni dei colpi di vento...
Saggezza? Non trarre conclusioni, non decontestualizzare, dare il beneficio del dubbio, offrire più possibilità...
Saggezza? Riconoscere i propri limiti e alla fin fine le proprie ignobili incapacità e impermeabilità...
Saggezza? Non sentirsi traditi... perchè chi sceglie un altrove non è che lascia te, ma guarda da un'altra parte ... e bisogna farsi una ragione di non essere il centro del mondo... almeno quello altrui... 
Saggezza? Sapere che siamo il centro del nostro personalissimo mondo e che sulla terra ci sono tanti mondi quanti sono gli abitanti che lo popolano...
Saggezza? Invecchiare con dignità, assaporare le età, rallentare, lasciare spazio ai giovani, farsi da parte...
Saggezza? Mai giudicare in una scala di valore...
Saggezza? Mai assolutizzare...
Saggezza? Mai sminuire...mai mortificare... mai mistificare... mai disprezzare... mai cancellare... mai osannare... mai idealizzare... mai dogmatizzare...

Saggezza? Il silenzio...
Ecco appunto il silenzio....

lunedì 13 febbraio 2017

La nuova Babele


 Stasera scriverò un post scontato, inflazionato direi, ma in questi giorni, in diversi frangenti, mi sono sentita toccata fortemente da questo argomento, quindi desidero esprimere qualche pensiero, giusto per chiarirmi, tra me e me le idee.
I famigerati messaggini delle diverse Chat telefoniche. 
Ecco, ci casco anch'io, le danno e condanno, eppure le utilizzo.
Ebbene sì, anch'io rimango inorridita di fronte al continuo cicaleccio dei maledetti supporti, di fronte agli scatti di chicchessia che corrono a "vedere" chi li ha contattati, di fronte alla furia mediatica a cui non siamo in grado di far fronte.
Trovo Whatsapp e C. degli strumenti di comunicazione e diffusione molto comodi ed efficaci: con un unico messaggio riesci a raggiungere contemporaneamente centinaia di persone. 
E ringrazio internet, la multimedialità e le nuove invenzioni che consentono di potersi raggiungere così facilmente.
Però c'è anche il lato oscuro di questo mezzo: la spersonalizzazione, il volto nascosto, il delirio personale, l'ostilità. la lamentela, l'equivoco, la massificazione, la confusione.
Quando una chat è utilizzata per scambiarsi opinioni importanti e significative, diventa uno strumento terribile.
Indipendentemente dai numerosi esempi che si possono fare (ad esempio carriere di insegnanti distrutte dalla chat dei genitori, matrimoni rovinati da pettegolezzi incauti, stati generali indetti per un nonnulla), insomma indipendentemente da ciò, quello che mi sorprende di più è lo stato emotivo in cui si viene gettati. Quando teniamo all'argomento della conversazione, quando ci accorgiamo che un gruppo sta prendendo una deriva che non vorremmo, (ed essendo in chat vale il solito discorso di chi tace acconsente?) Quando vorremmo non occuparcene più ma il telefono continua a trillare, quando vorremmo dimenticare un argomento ma qualcuno si accanisce, quando vorresti silenzio, ma l'incontinenza mediatica non ce la fa, in questi momenti diventiamo nervosi, invasi dai mosconi, agitati.
Un tempo se dovevo confrontarmi con qualcuno aspettavo di incontrarlo, guardarlo negli occhi, argomentare...
Oggi regna sovrana l'incontinenza. appunto, ho un bisogno e lo voglio esprimere subito, a qualunque ora, a qualunque costo, senza immaginarmi in quale contesto, in quale casa, in quale momento il mio messaggio arrivi... è terribile, è la cancellazione dell'io altrui, è la cancellazione delle regole di base della comunicazione che richiede messaggio, emittente e ricevente... 
il Ricevente cade in secondo piano, quello che conta è la spunta azzurra... l'ha visto... perchè non mi risponde? Fa finta di niente? è d'accordo...
Siamo in un momento storico/culturale nel quale è facilissimo comunicare, ma cosa comunichiamo? Come? 
La nuova Babele, dove le parole si sono mischiate e sono diventate incomprensibili, non sappiamo più guardarci negli occhi, aspettare le risposte, porre delle domande vere che necessitano di silenzi, di ascolto, di pensiero.
Affidiamo a questi strumenti comunicazioni troppo importanti, la fine o l'inizio di relazioni, scelte di vita, impressioni, giudizi.
Mentre parliamo con qualcuno è così straordinariamente appagante cogliere le mini espressioni degli occhi che possono appena appena guizzare e cambiare completamente l'orientamento di una discussione, quei piccoli gesti delle pupille, delle mani, quei brevi respiri o apnee, quelle pause, quelle incertezze, tutti questi particolari che offrono ad un dialogo il novantapercento del significato di qualunque conversazione... cosa ci siamo persi?
Utilizziamo pure questi comodi supporti ma non perdiamo il valore nutriente, appagante, significante di una bella e sana chiacchierata...
Non demandiamo ad un click... e continuiamo a fare all'amore con la parola, lo sguardo, il contatto...

martedì 7 febbraio 2017

Eccessi di tosse



Oggi è stata una giornata moooolto lunga!
Direi che è partita direttamente dalla notte. Infatti, oltre ad essere già andata a letto ad un orario proibitivo lavorando alla continua sistemazione della casa nuova, dopo essermi addormentata da poco, mi è arrivato il primo eccesso di tosse. 
Non solo mi ha svegliato, ma mi ha sconquassato, quella sensazione terribile di arsura e solletico insieme alla gola mi ha attanagliato a lungo. Non è stato possibile rimanere a letto, mi sono alzata, ho bevuto, ho mangiato una caramella e, affacciata alla finestra, attonita e stanca, ho aspettato che passasse questo scombussolamento, questo raglio secco e continuo che mi porta alle lacrime (non di dolore, ma proprio di scompostezza fisica).
Finalmente, piano piano, tutto rientra, mi dirigo a letto più stanca di prima, guardando sconsolata la sveglia, sob, sapevo che da lì a due ore sarebbe suonata. Ricado, immediatamente, in un sonno che mi auguro ristoratore, quando mi sento toccar dentro concitatamente, apro gli occhi confusa, guardo la sveglia (è passata solo mezz'ora), sono le bambine (tutte e due), incubo notturno, agitazione condivisa, si infilano nel lettone e si rigirano rumorosamente, rubando le coperte...
E no, bimbe, questa volta le ho rispedite indietro, dopo notti passate tra febbri, vomiti, fatiche e tossi, quelle due ore me le volevo fare tranquilla. Hanno tentato di opporsi ma hanno riconosciuto la mia determinazione e, seppur mugugnando, sono tornate nei loro giacigli.
Tutto questo antefatto per spiegare il mio stato, stamattina all'ingresso in ufficio.
Dopo un risveglio faticoso, sentendo macigni sulle palpebre e fatica alla gola, dopo aver eseguito le medesime procedure del mattino, sempre complicate e concitate (vestitevi, fate colazione, lavate i denti, mettete le scarpe, pettinatevi, mettete la giacca, il cappello, la sciarpa, vuotate le tasche da giochi e giochini, spicciatevi... tutto ripetuto infinite volte ... come se non imparassero mai la sequenza), beh dopo tutto ciò vengo scodellata dalla macchina davanti all'entrata, entro  alle 7.45 in ufficio come se avessi  già lavorato due giorni.
La giornata prevedeva numerose incombenze e affollate riunioni (nelle quali era necessaria anche una certa presenza "pensante").
Sono stata lieta di vedere l'amico e collega Goffredo, abbiamo speso qualche minuto per condividere un caffè alla macchinetta e raccontarci del fine settimana... e poi precipitevolissimamente immersi nelle vicende.
In una delle riunioni... secondo eccesso di tosse... niente, non era più possibile rimanere nella stanza, parlare con le 7 persone presenti (che hanno asciugato tutto l'ossigeno della stanza, almeno questa era la mia sensazione). 
Ho dovuto congedarli velocemente perchè sentivo quel prurito alla gola insopportabile, tossivo e tossivo e lacrimavo e cercavo di parlare ma non ci riuscivo, mi hanno aspettato... la riunione è continuata, allo stremo delle mie forze.
Nessun tempo, quando sono andati via era già ora di correre in un'altra riunione fuori sede.
Sconsolata, stanca, con una profonda voce da telefonista porno, sono corsa alla riunione. 
Mi sembrava di camminare su un terreno molle (tanto ero stanca), con un lieve senso di giramento di testa, sentendo brontolare la pancia dalla fame (erano già le 14 e tempo di mangiare nullo).
Un'altra riunione, ancora parole, ancora pensiero da attivare, ancora altrove, da me stessa, dal mio corpo che mi sta richiedendo... 
Ho parlato poco e la tosse non mi ha più aggredita, parlavano loro, io ascoltavo, desideravo andare a casa... 
ma a sorpresa sono comparse altre riunioni inderogabili che si sono protratte fino alle 20.45. 
Arg. 13 ore di lavoro, 13 ore di riunioni, 13 ore di parole.
Durante il pomeriggio è capitato ancora: nuovo eccesso di tosse, ho mangiato caramelle, ho cercato di contenermi (stavo parlando con delle persone), mi sono affacciata alla finestra a prendere aria, ho lacrimato, ragliato, ansimato un pò...

Perchè una descrizione così dettagliata di una giornata?

L'eccesso di tosse è sempre interessante, mi sembra sempre come una richiesta di fuga, un bisogno di spostarsi, di allontanarsi, di silenzio.
L'eccesso di tosse ti mette un pò a nudo, ci sono reazioni di ogni tipo delle persone accanto: c'è chi ti guarda un pò schifato (un pò lo capisco), c'è chi ti offre tisane, acqua, caramelle (non badando che in quel momento non vuoi nulla, che fai fatica anche a declinare gentilmente l'aiuto offerto, che vorresti essere nel tuo privato e scomporti liberamente a questo eccesso, insomma vorresti scappare), c'è chi ti ricorda che fumi, c'è chi continua a parlarti imperterrito e smette solo quando gli spieghi (tra un rantolo e l'altro) che non lo stai ascoltando (e come potresti?).
Ovviamente non stavo così male, se no sarei andata a casa, in verità in certi momenti, in certi ambienti, in un certo modo, quando ho la gola affaticata, attuo questo faticosissimo metodo di fuga (indesiderato perchè se non te ne puoi andare è un danno).
Giornata impegnativa come dicevo, mi sono ritrovata in gruppi e gruppi di lavoro, ci sono stati anche scambi utili, ameni, interessanti... ma troppe parole... le mie intendo.
Gli eccessi di tosse mi sono arrivati (a parte quello notturno), quando parlavo e raccontavo, nella relazione con l'altro.
Insomma in questi anni, nei quali l'inverno mi presenta questa tracheite invalidante delle conversazioni, che anni sono? Cosa vuol dire? 
Nel nodo della gola, di Marte, dell'affermazione di sè, nella parola... impedimento e fatica, vulnerabilità e fuga.
Come sempre la saggezza popolare viene in aiuto: avere un rospo in gola... cosa devo sputare? 
Non solo in questo momento, ma negli ultimi anni, quali sono le parole che non ho detto e dove e a chi... per ritrovarmi ogni anno in questa condizione?
Eppure in questi momenti di disagio e difficoltà ho intravisto degli sguardi (sorpresi, divertiti, interrogativi, ostinati), occhi che mi sembrava di vedere da una fessura (perchè era come se per un attimo fossi altrove)... e le parole svaniscono e di questa giornata ricordo più gli sguardi che le parole... il mio lavoro è fatto di parole e non penso di potervi rinunciare... quindi non è questa la lezione che devo comprendere... forse devo ricordarmi di guardare sempre da quella fessura di un altrove (senza necessariamente tossire), 
guardare oltre 
mentre che si parla... 

sabato 4 febbraio 2017

Coraggio e Volontà

Coraggio e volontà. 
Sì ecco, ci vuole molto coraggio, oggi, ad investire nella cultura. 
In una cultura che non è proprio pop, in un pensiero di condivisione e arte sociale.
Ci vuole anche volontà, perchè bisogna aver voglia di lavorare sodo, di impegnare i propri fine settimana, le serate, ordinare, pulire, pensare.
C'è stata una bella conferenza: salute e malattia alla luce del Karma, tenuta dal bravissimo Mauro Vaccani.
Abbiamo deciso di ospitare questo relatore tanto preparato e scrupoloso, abbiamo voluto questo tema difficile e importante, abbiamo scelto di preparare anche un pranzetto per i nostri "ospiti", abbiamo abbellito con fiori, preparazione e dedizione.
Cosa c'è di così eccezionale in tutto ciò? 
Niente, in effetti, uguale a tante altre associazioni. Però, proprio come per tutti gli altri, non ci si immagina quanto sia impegnativo.
Ieri la mia Piccolona aveva un bel febbrone e tanto dolore alla pancia, io sono super raffreddata con una tosse d'asino, lavoro e vita scolastica impegnano moltissimo la mia attenzione, vorrei svuotare gli ultimi cartoni del trasloco e trovare un posticino per ogni cosa, vorrei riposare, vorrei chiacchierare in modo ameno con le mie amiche, il relatore stesso era molto fatilicato con un bel mal di gola.
Eppure tutti noi  ci siamo organizzati e radunati, oggi e tante altre volte, perchè crediamo in qualcosa, crediamo che sia bello offrire nuovi impulsi, costruire calore e relazioni, lavorare insieme, spingere con forza per realizzare qualcosa di utile per il mondo.
Ed oggi la conferenza parlava proprio di questo, di come si sviluppi malattia quando viviamo nella menzogna e nell'errore. 
E questa vita è costruita sopra la menzogna e l'errore: sempre più separati dall'etere, vicinissimi e lontanissimi insieme; 
sempre più intrappolati nelle maglie di una rete virtuale, connessi e soli; 
sempre più lontani dalla natura vivente e immersi nell'apparenza.
Ecco sì, ci vuole coraggio per proporre qualcosa di diverso, ma credo fortemente che questo sia un bellissimo modo per perseguire il vero, la sincerità, la vita. 
E sono stata felice oggi, mentre sentivo Mauro parlare di questo, in qualche modo, parzialmente, mi sono riconosciuta in questo anelito di verità e concretezza relazionale. Mi piace pensare che quello che stiamo realizzando siano dei timidi passi verso la salute, verso la guarigione dell'anima, verso l'opportunità di incontrarsi veramente.
Tutto questo non sarebbe possibile se non fossimo un gruppo, amici che si tengono per mano, che camminano nella stessa direzione, anche se con mete diverse, passi diversi, desideri diversi: siamo spinti tutti da questo anelito gratuito di realizzare contatto, opportunità e condivisione, di cercare noi stessi attraverso la relazione con gli altri.
Grazie amiche che oggi siete state con me, che vi siete alzate prestissimo di sabato, che avete riso e faticato insieme a me, che ci siete... sempre!
E grazie Mauro di aver portato tanta sapienza e studio che ci hai offerto, con infinita generosità e fatica, e anche tu Grazia, che credi in me e porti tanto e tanto di bello, anche per te il mio ringraziamento.
Un amore infinito per te, Cristian, che sei sempre al mio fianco, papà meraviglioso  e, soprattutto, credi in me, sempre! 
E ne vale la pena, nonostante gli starnuti, il sonno, il turbine esistenziale, ne vale sempre la pena!
E sì ci vogliono infinito coraggio e tanta volontà, ma il bello è che non si è mai soli.

mercoledì 1 febbraio 2017

DSA e dintorni

  In questi giorni mi è capitato sovente di parlare con diverse persone dei disturbi specifici dell'apprendimento, (DSA).
Lungi da me il volermi sostituire all'illuminato parere dei magnifici e superlativi neuropsichiatri che, dall'alto dei loro test scientifici e misurabili e provabili, sicuramente ne sanno molto più di me, sicuramente nel campo sanitario... in quello pedagogico credo di avere anch'io qualche competenza da spendere e aggiungerei che forse dovremmo pensare bene a quello che stiamo combinando, forse (e dico forse) non sarebbe sensato che in questi ambiti diagnostici dedicati ai bambini, al loro modo di apprendere, di sentirsi, di affrontare la frustrazione, insomma laddove non ci siano delle effettive minorazioni psichiche e/o organiche, non è sensato pensare di mettere la figura del pedagogista, invece che quella del neuropsichiatra? O almeno insieme?
Ma questa sembra una polemica e non è quello di cui voglio parlare: in verità mi preme sottolineare che NON è SENSATO ipotizzare una diagnostica precoce dei DSA o disturbi specifici dell'apprendimento. 
Mi basisco alquanto di quei progetti di prevenzione pensati nelle scuole dell'Infanzia e a quelle certificazioni formulate prima degli 8/9 anni. 
Mi sembra di intravedere un'ignoranza di fondo: i bambini sviluppano la capacità di rappresentazione intorno ai sei anni e mezzo e da lì in poi la raffinano in un paio d'anni. 
Cosa vuol dire questo? 
Vuol dire che il bambino ha bisogno di allenare una sua nuova facoltà e non si può pretendere che sia subito "competente". 
Per intenderci è come chiedere di suonare l'aria di Bach a qualcuno che ha appena preso in mano il violino. Ci sorprendiamo che non lo faccia e gli diciamo che ha problemi. Beh credo che il novello musicista diventerà subito insicuro, ansioso e non amerà molto suonare! 
Lo stesso vale per leggere, scrivere e far di conto.
Non capisco perchè la scuola, gli specialisti e (purtroppo) anche i genitori abbiano tanta fretta!
Un bambino ha il tempo di tutta la scuola primaria per raffinare le capacità di letto-scrittura e di calcolo, è necessario infondere l'amore per lo studio, capacità che, se persa precocemente, sarà davvero difficile riconquistare.
Sento già le obbiezioni di chi ci è passato e di tanti altri, vorrei vedere te, non sai cosa vuol dire eccetera eccetera.
Quello che sto cercando di dire è che se c'è effettivamente una dislessia o una discalculia o digrafia, c'è tutto il tempo, non bisogna affannarsi: i supporti multimediali che aiuteranno e sosterranno chi ha questo tipo di difficoltà, permetteranno nella scuola secondaria di stare al passo con gli altri e di scegliere la carriera scolastica e professionale che meglio si crede. Ma questo sarà possibile solo se avrò attivato tante altre capacità critiche, di pensiero divergente, di scelta, di capacità immaginativa, di arte e creatività, di fiducia e di amore per la scuola, di amore per gli insegnanti e il per sapere.
Un bambino con problemi specifici d'apprendimento molto probabilmente ha avuto un blocco o un ritardo nello sviluppo sensomotorio nei primi sette anni, ovvero non ha sviluppato nel migliore dei modi il senso del movimento e / o dell'equilibrio, compromettendo l'organizzazione spazio temporale della realtà, presupposti indispensabili per l'apprendimento di letto-scrittura e calcolo.
Come posso pensare di favorire questo GAP intercorso attraverso i sistemi compensativi in tenera età? I bambini avranno invece bisogno di passeggiate nei boschi, staffette, percorsi, psicomotricità, cadute e piroette, danze e pitture per recuperare il più possibile quei pre-requisiti: tanto cos'ho da perdere? 
In qualche modo c'è già stata un'interruzione anomala di tale sviluppo, che sicuramente potrò compensare con i sistemi informatici all'età giusta per poter accedere ai saperi e alle nozioni. 
Ma prima perchè?
Prima è necessario che il bambino sperimenti, provi, scopra nuove strategie personali nell'apprendimento e nell'organizzazione senso motoria.
Le certificazioni precoci fanno un danno esagerato, è come se legassero mani e piedi ai bambini togliendo loro la più grande maestra di vita: l'esperienza!
E' possibile che nei primi anni di scuola i bambini capovolgano lettere e numeri, se non reagiamo con ansia e preoccupazione, molto facilmente questi piccoli problemi svaniranno da soli, magari è il segnale che il nostro bambino o alunno è un pò troppo sedentario? magari posso organizzare qualche gita in natura in più o qualche gioco psicomotorio in palestra? 
Posso immaginare di fare grandi pitture murali, così che il bambino utilizzi tutto il corpo per scrivere e non solo la motricità fine, in modo che possa introiettare il segno nel corpo prima che nel pensiero.
Posso costruire percorsi tattili con i piedi per rappresentare curve e dritte (basi per la letto-scrittura), posso giocare agli specchi, ai ribaltamenti, ai quattrocantoni... tutti giochi che organizzano lo spazio. E per il tempo? giochi con la palla, danze in cerchio, filastrocche cantate in gruppo... 
Vi prego lasciate da parte i computer fino alla secondaria, mettete i bambini in movimento, mettetegli le mani in pasta, fateli cadere, rotolare, cantare, urlare, correre, saltare, ballare... nulla scappa davvero.
Anche perchè se ci sono patologie più gravi di un semplice disturbo specifico dell'apprendimento, insegnanti e genitori se ne accorgono subito... e in tal caso gli interventi precoci e le certificazioni devono essere tempestive... ma credo che siamo in una società che problemizza la lentezza, la vivacità, i sogni ad occhi aperti, la voglia di giocare... tutte cose naturali per un bambino... e così scappa la voglia di studiare, ci si sente stupidi, inadeguati, inferiori... a volte persino privilegiati (Lui usa il computer a scuola).
Sono un pedagogista e credo fermamente che l'approccio educativo e gli stili di insegnamento dovrebbero rinnovarsi e dinamizzarsi un pò... altro che diagnosi precoci!
Le maestre dovrebbero riprendersi il loro giusto posto!
Un tempo la maestra unica sapeva chi aveva in classe: c'era il bimbetto che correva ovunque ma che ascoltava tutto, quello che guardava fuori dalla finestra sognante, quello che non aveva voglia ed era slumacato sul banco, quello triste, quello diligente, quello saputello... e sapeva che, piano piano, in cinque anni tutti loro avrebbero raggiunto quei requisiti di base per stare nel mondo, per imparare, per studiare, per lavorare, per godersi la cultura... oggi dobbiamo sapere innumerevoli nozioni, superare gli INVALSI, essere competenti e ce ne freghiamo di come stanno i bambini, se sono ansiosi, se temono la performance, se sono competitivi, se sono inadeguati, arrabbiati, infelici... 
Abbiamo smesso di farli giocare e loro gridano forte contro l'ingiustizia che stanno subendo, rendendo la vita a scuola difficile, con i disturbi d'apprendimento, con l'oppositività, con la paura.

lunedì 30 gennaio 2017

...assumersi la responsabilità di mettere al mondo un figlio...


 Ebbene sì, siamo ancora in gennaio e le giornate sono più che mai dense. 
Dopo un bellissimo sabato di condivisione, di Corte, amicizia, prospettive, nuove conoscenze e amenità, la mia piccolina si è svegliata domenica dolorante: ci siamo la malefica influenza ha raggiunto anche noi che resistevamo come in una roccaforte. Spero che lei non sia solo l'esordio e spero che noi altri tre non capitoleremo.
E'stata una domenica difficile, la piccolina aveva un forte mal di testa e crampi allo stomaco, ha vomitato bile almeno dieci volte nella giornata, si lamentava forte, povera bambina mia... e mentre la vegliavo, strapiombata nell'immobilità, mentre le carezzavo la fronte e le massaggiavo il pancino, cercando di consolarla, mentre le baciavo gli occhietti e lei si stringeva forte a me, la guardavo con meraviglia e incanto, la linea rotonda dei guanciotti, le labbra rosee e carnose, gli occhi grandi e nocciola con ciglia lunghe: una sensazione profonda e viscerale di maternità!
Un figlio ti travalica e ti fa uscire da te stesso, diventa tutto diverso, il tuo io emotivo ti abbandona un pochino e vaga per il mondo: la tua felicità è minata per sempre, dipende sempre da un altro essere.
La vedevo soffrire impotente, mi chiedeva aiuto... potevamo solo aspettare. 
Le tenevo forte forte la manina... quanto è impegnativo avere un figlio. Non per la giornata spesa nel nulla, non per le preoccupazioni, non per le rinunce, figuriamoci, piuttosto è quella netta sensazione di essere decisamente ed assolutamente in secondo piano, rispetto alle proprie priorità.
Bisogna pensarci bene prima di mettere al mondo un figlio, non vorrei creare confusione: io sono felicissima di avere le mie due birbanti, non potrei immaginare la mia vita senza di loro, credo che finirei in un lago nero di nulla se loro non ci fossero più. Quello di cui parlo è proprio la scelta di partenza, perchè se non hai figli non sai che esperienza meravigliosa sia e quindi, in verità, non sapendolo, non perdi nulla. 
Invece avere un figlio è un evento che ti cambia per sempre, ineluttabilmente, totalmente, profondamente e c'è qualcosa che si perde: la possibilità di essere irriducibili, completamente avventurieri, spregiudicati negli incontri e nelle scelte (ovvero senza pre-giudizi... pronti al rischio). Con un figlio le scelte diventano maggiormente ponderate, pianificate, controllate... insomma limitate.
Certo, questo vale per ogni scelta, se scelgo una strada, automaticamente escludo anche le altre, la differenza con la genitorialità sta nel fatto che, non solo si chiudono inevitabilmente delle altre possibilità di vita, ma che se ne generano di nuove, infinite, inimmaginabili che ti portano verso il nuovo, il diverso da te, l'altro da te... al di là delle mille parole che posso dire credo che questa citazione di Hannah Arendt possa meglio di tutto esprimere cosa voglio dire:

"L'educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l'arrivo di esseri nuovi, di giovani.
Nell'educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d'intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d'imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti."
 Hannah Arenddt

Ecco, questa è la grande responsabilità della genitorialità ed io sono onorata di assumermela, anche se non sapevo cosa stavo facendo quando ho messo al mondo un essere umano... e credo che nessuno lo sappia davvero... e ieri piccola mia, mentre accarezzavo il tuo visino sofferente, mi rendevo conto che mi sarei presa volentieri il tuo dolore... ma non posso farlo... e posso solo pregare che la vita sia buona con te, posso solo esser certa che sarò sempre al tuo fianco, posso solo sperare di non essere troppo chioccia e lasciarti vivere la tua vita.

Vi voglio bene figlie mie, 
figlie dell'umanità, 
incarnazione di un futuro che solo parzialmente sarà anche il mio.

sabato 28 gennaio 2017

Che educatore sono diventato?

Giovedì mattina come di consueto abbiamo avuto un'èquipe pedagogica con gli educatori professionali che si occupano di bambini speciali.
Siamo in una fase di valutazione di quanto abbiamo fatto fin ora e di progettazione dei nuovi step formativi.
Ci troviamo quasi sempre in cerchio a parlare e confrontarci: perchè il cerchio?
Perchè nel cerchio ognuno è equidistante dal centro, perchè tutti possiamo guardarci in viso, perchè è un abbraccio che contiene.
Sono molti anni che lavoriamo insieme nella ricerca dell'importanza dell'intenzionalità educativa non solo nei processi e nelle attività proposte, ma anche nella relazione educativa, nel pensiero verso il bambino, nei gesti e nella presenza.
Ci siamo arrivati mettendoci in gioco, portando noi stessi, sentendo sulla nostra pelle la difficoltà di mettersi di fronte agli altri, studiando, raccontandoci, giocando e riflettendo.
I tempi sono senz'altro maturi perchè si possa cominciare a fare autoformazione e condividere in gruppo saperi, approcci e metodi diversi che ognuno potrà portare, come approfondimento, da donare ai colleghi.
C'è stata però un'affermazione della cara collega Olga che ha solleticato il mio pensiero e il pedagogista che è dentro di me, sempre presente anche se a volte sonnacchioso, e facendomi cominciare a rimuginare....
La domanda posta voleva indagare un sentiero molto bello e significativo: dove sono arrivata come educatrice dalla mia lontana scelta di anni fa?
Mi si è attivato subito un turbine di pensieri in rincorsa tra loro:
sono partita come educatrice facendo una scelta di vita, avendo delle aspettative, degli immaginari, oggi? Dove sono arrivata? Cosa ne è stata di quella educatrice che è partita? Cosa è rimasto uguale? Cosa è cambiato? Quali disillusioni ho incontrato? Quali soddisfazioni che neanche immaginavo?
Non si tratta tanto di pensare alle ragioni interiori che hanno portato a scegliere questa professione piuttosto che un'altra, ma quello che trovo intrigante (almeno io) è il percorso che c'è stato da allora fino ad oggi, come sono diventata, cosa è cambiato... incontrando decine e decine di piccoli individui sono stata sfiorata, investita, inondata, travolta, accarezzata, riflessa, accolta da frammenti di anime, da individualità, da sorrisi, da rabbie, da sogni, da tristezze, da meraviglie infinite e incommensurabili bellezze... 
Tutto ciò ha costituito come un mosaico la mia personalità, questo "mestiere", insieme alle esperienze personali di vita, hanno creato la mia individualità, nel bene e nel male, come pennellate di un affresco, come graffi di un gatto, come scalpellate di uno scultore che ha creato un'opera d'arte che è la mia vita stessa.
Questa e altre riflessioni mi hanno attraversato dopo l'impulso di Olga... e credo che questo valga per ogni lavoro che implichi la relazione con l'altro, ed è un "dovere", per ognuno abbia scelto simili professioni, soffermarsi a un punto della vita e fare un bilancio di senso, di nutrimento, di amore, di sbagli, di riconoscimento, di gratitudine, di vita.

Ringrazio Olga per questo spunto meraviglioso e mi impegno a costruire il mandala del mio essere educatore: ha radici lontane, negli studi, nelle esperienze, negli incontri... venti e scelte hanno a volte cambiato le rotte, a volte rinforzato le direzioni, le specializzazioni hanno variato i destinatari, il riconoscimento dei talenti ha delineato le peculiarità degli interventi... e tutto ciò, insieme, racconta chi sono io oggi!


Ogni uomo è un educatore, ogni istante di vita da genitore ricopre un ruolo educativo (volenti o nolenti, buoni o cattivi), riflettere sulla pedagogia e sul proprio ruolo è un bellissimo atto di intenzionalità educativa e di amore verso gli altri. 

giovedì 26 gennaio 2017

Se ognuno pulisse lo zerbino della propria casa il mondo sarebbe più pulito




Casa! Ancora il tema della casa!
Il tema trasloco è passato, finalmente, ma ha lasciato dietro di sè un sacco di risonanze che mi lasciano meditabonda e riflessiva: il tema della casa riverbera negli incontri, nelle esperienze, nei vissuti, nei discorsi, nei ricordi.
Quanti contesti, quante elucubrazioni, quanto spessore culturale nella parola casa e nei suoi derivati...
Casa Natale, Casato, Casa astrologica, Casereccio, Casolare, Casamatta, Caseggiato, Casalinga,  e potrei elencare anche proverbi e citazioni celebri sulla Casa.
C'è una bella differenza tra abitazione, alloggio, domicilio e Casa!
La casa è il luogo dove ci riconosciamo, dove ci sentiamo identificati, noi stessi, completi, in pace.
Non sempre si vive a Casa... magari bisogna passare una vita intera per trovare Casa.
Mi sento una persona privilegiata perchè io casa l'ho trovata 16 anni fa quando è iniziata la mia relazione con Cristian, con la mia anima gemella.
Ricordo perfettamente il momento in cui, parlando con lui, ho avuto la netta sensazione di aver già parlato infinite volte, di aver già condiviso infinite conversazioni, di essere, appunto a Casa. Non ho subito pensato e capito quanta strada avremmo fatto insieme, ma quella sensazione la ricordo benissimo come se la provassi ora.
Pur consapevole della mia fortuna, sono altrettanto convinta che ogni qualvolta ci sentiamo nell'amore, nella comunione, nell'affidamento verso un altro essere, ogni volta siamo a Casa...
E quando questo accade praticamente a tutti (indipendentemente dalla bontà della Casa)? 
Da bambini... ogni bambino si affida nelle braccia di mamma e papà, si riconosce, prima ancora che nelle mura dell'abitazione, nelle braccia della mamma... e quella è la nostra Casa per sempre.
Il contatto sulla pelle, il calore, la sicurezza, la fiducia, la speranza, l'appagamento risiedono tutti in quegli abbracci primordiali che costruiscono il nostro "sentirci a casa".
Quindi ringrazio la mia mamma di avermi donato questa bella sensazione di trovare Casa in un essere umano, di essere capace di affidare il mio cuore a qualcuno... (ringrazio anche mia suocera di aver dato questo al mio amato).
Ma la Casa è tanto altro ancora...
Casa nell'altro, casa nel benessere, casa nei gesti, casa nell'intimità, casa nella solitudine, casa nell'ospitalità, casa da condividere, casa da accudire, casa da amare, casa da lasciare, casa in cui ritornare.
La Casa custodisce i nostri ricordi, la nostra identità, i nostri averi che costituiscono i nostri Essere.
La casa ci somiglia, la casa pennella la nostra personalità, la casa ci contiene, la casa ci protegge, la casa ci nasconde, la casa ci consola...
E poi c'è un'altra Casa... quella più importante, quella più significativa, quella più oscura, a volte dimenticata, persino bistrattata... 
Il nostro corpo
La nostra vera Casa, il tempio dell'Essere, l'unico spazio che ci appartiene, in vita, per davvero.
Ed oggi cosa succede? Il nostro corpo è spinto negli stereotipi, nelle omologazioni, nell'avvelenamento, negli sport estremi, negli autolesionismi, nella disappartenenza, nei disturbi alimentari, nella dissipazione, nell'assenza, nell'abuso, nell'apparenza, nel sezionamento, nel tradimento.
E mi sovviene immediato un parallelo così significativo... perchè la terra è la casa dell'umanità... e stiamo facendo esattamente a Gaia quello che facciamo al nostro corpo.
E quindi? 
Stiamo distruggendo le nostre case? Tutti i "luoghi" dove ci sentiamo in pace con noi stessi e veri? Amati e accolti?
Perchè?
Non ho risposte... però già mi basta averlo pensato... è come se un germoglio di qualcosa di nuovo nascesse in me... un nuovo modo di pensare le soluzioni...
e mi risuona una frase che dico spesso: 
"se ognuno pulisse lo zerbino della propria casa, il mondo sarebbe più pulito"... e pensando ai nostri corpi disumanizzati, al nostro pianeta violato, alle nostre anime sofferenti... 
credo che la cura, l'amore, la pietà che dedichiamo alla Casa possano essere una chiave per ricominciare...straccio in mano, ordine, pulizia, buona volontà, amore, appartenenza...


martedì 24 gennaio 2017

Come ogni anno


Ci siamo ecco un altro di quei mesi da 31 giorni... 
infiniti e paludosi: nonostante l'inizio vacanziero e una partenza in sordina (viste le vacanze natalizie), come sempre, gennaio si rivela interminabile, gelido e decisamente pesante.

Come ogni anno i ricordi delle vacanze e delle feste si dissipano tra le nebbie del freddo e ne rimane solo una pallidissima immagine,
come ogni anno si accumulano innumerevoli esperienze, attività e vissuti d'animo,
come ogni anno si sente lontanissima l'uscita dal tunnel ghiacciato dell'inverno,
come ogni anno sembra che tutto sia in salita;
come ogni anno sembra che la luce, il tepore e il verde non debbano tornare più...

...d'altra parte...

come ogni anno i cieli si dipingono di violetti e lievi sfumature di verde al tramonto, di rosa e color perla all'alba e di stelle luminose vicine alla terra,
come ogni anno si attraversano giardini bianchi e ovattati, fermi immobili e rarefatti, dolci e nordici,
come ogni anno si progetta, si crea, si immagina, si costruisce,
come ogni anno si ricomincia daccapo ed è sempre una bella promessa,
come ogni anno si aspettano frementi i giorni della Merla, sapendo che superati quelli... tutto passa...
come ogni anno... 
e quest'anno mi sento così fiera e felice dei miei passi, 
come una gatta che appoggia i gommini sulla neve e un pò si sorprende, un pò gioca, un pò si infastidisce, un pò esplora...
è bello l'inverno ed è bello attraversare gennaio, mese da capricorni, mese da capogiro, mese da sonnellini, mese da pupazzi di neve, mese di grandi e nuovi inizi... ciao gennaio

domenica 15 gennaio 2017

Cosa posso insegnare ai miei figli?


Si sente spesso parlare della crisi dei valori. Soprattutto nella società occidentale, siamo in un periodo storico nel quale siamo chiamati a riconoscere il valore morale coscientemente. 

Fino a pochi decenni fa, l'insegnamento religioso, il valore della famiglia, la morale comune insita nella società di appartenenza, erano dati, insegnati, riconosciuti. 
Oggi siamo di fronte al dubbio, alle scelte (più o meno consapevoli), dobbiamo costruire la nostra morale attraverso esperienze, pensieri e riflessioni.
Sorge spontanea la domanda: cosa insegnare ai bambini?

Indipendentemente dal movimento religioso di appartenenza culturale, al di là dalle aspettative sociali ed economiche, nonostante il materialismo scientifico e meccanicistico, di cosa abbiamo comunque e sempre bisogno?
Penso che ci siano tre livelli fondamentali a cui dobbiamo dare rispetto e attenzione:

1 Il mondo della Natura e della Terra;
2 L'umanità tutta;
3 La spiritualità.


1 La terra, l'universo stesso, i micro e i macrocosmi, sono collegati tra loro, non posso pensare che insudiciando, violando, calpestando e sfruttando il Pianeta io non rechi danno a me stesso e a tutti gli uomini. 
La terra necessita di cura, pensiero, appartenenza. 

Come posso infondere ai bambini questi pensieri? 
I diversi approcci legati al riciclo, alle campagne di sensibilizzazione, di "terrorismo da fine del mondo" non penso siano la risposta adeguata. Penso invece che dovremmo sensibilizzare i piccoli, e il nostro prossimo, alla meraviglia. Coltivando la gratitudine e l'ammirazione per tutto ciò che è natura, stimoliamo il rispetto, la cura e l'appartenenza: portiamo i bambini nei boschi ad ascoltare il fruscio delle foglie e lo scricchiolio degli animali, soffermiamoci strabiliati davanti ai tramonti, osserviamo la bellezza dei germogli e delle gemme, ascoltiamo il vento, inventiamo mille personaggi in mezzo alle nuvole, cerchiamo le costellazioni nel cielo, coabitiamo con piccoli animaletti, giochiamo con cani e gatti, scoviamo la perfezione architettonica di una ragnatela, di un alveare, di un formicaio, scopriamo i mandala nella frutta, nelle pigne e nei fiori, adorniamo la nostra casa di mazzi floreali profumati, seguendo le stagioni, ascoltando il suono dei mesi, la luce che si inclina e i nostri stessi bioritmi. Innamoriamoci della bellezza degli animali, della saggezza dell'istinto, della loro voglia di giocare, delle varietà, dei versi, dei cuccioli.
Se ogni giorno ci soffermiamo ad "abitare" questo mondo naturale, se siamo avvezzi a cercare con lo sguardo e a stupirci della bellezza quotidianamente: ecco stiamo promuovendo l'amore per la terra e la natura. 


2 L'umanità: come fare a favorire l'amore verso il prossimo e la fratellanza? Sicuramente l'informazione di massa non ci favorisce per niente. Siamo annichiliti dai terroristi, ci sentiamo derubati dai profughi, sentiamo la nostra vita appesa ad un filo per colpa dello "straniero", ci sembra che il nostro prossimo (vicino o lontano che sia), possa impazzire da un momento all'altro e devastare la nostra vita. Ecco in questo modo la fratellanza non può essere coltivata.

Invece dovremmo, potremmo cercare di aiutare il nostro vicino tenendogli aperta la porta, cercando di non giudicarlo per i vestiti che indossa, offrendo il beneficio del dubbio (perchè se provo antipatia, forse il problema è mio e l'altro non c'entra nulla), pensare seriamente che io non conosco tutta la storia degli altri e non posso sapere cosa li spinge ad agire. Posso sorridere a chi incontro, posso salutare sempre, posso riconoscere i pregi degli altri, trovare il comico di ognuno, la bellezza delle espressioni, ricordarmi che l'amore vince su tutto, non la paura.

3 la spiritualità: coltivare la spiritualità vuol dire ricordarsi sempre che siamo al mondo per imparare, per comprendere chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare. Cercare il senso, il filo rosso che attraversa la nostra vita è quanto di più sano e appagante si possa fare. Nei bimbi questo lo posso coltivare attraverso l'amore per lo studio e la conoscenza, stimolando la sana curiosità e la ricerca di sempre nuove e più approfondite domande.



Ricapitolando, come pedagogista, definirei questi tre punti fondamentali da portare ai bambini:

1 meraviglia e gratitudine per il mondo
2 amore per se stessi, la famiglia e tutti gli uomini
3 il desiderio di imparare e la voglia di fare sempre nuove scoperte.

In questo modo i nostri figli, i bambini, ovvero il nostro futuro), abiteranno, coltiveranno, cureranno un mondo intessuto di buono, bello e vero. 
Piccoli gesti di cura, amore e presenza quotidiana che insegnino la differenza tra il reale e il virtuale, tra la paura e la fiducia, tra l'esserci e vivere veramente e il puramente trascorrere.
Insomma coltivare la contentezza e la gratitudine tutti i giorni. 
Perchè la vita è meravigliosa! 





mercoledì 11 gennaio 2017

Antropologia e il calzino spaiato


E'una storia nota.
Almeno una volta, ognuno, si è trovato a parlare del mistero dei calzini spaiati.
Non si riesce a capire come sia possibile che nei tragitti tra cesta dei panni sporchi, lavatrice, stendino e cassetto, avvengano delle misteriose sparizioni: due anime gemelle si perdono tra loro e non si riincontrano più. 
Cosa accade? Un calzino viene fagocitato dalla pompa dell'acqua della lavatrice? La cesta li nasconde tra le proprie fibre? Si polverizzano tra i cassetti?
Il mistero permane irrisolto.
Ci sono diverse teorie per salvaguardare la vita di coppia delle calzette: lavare le calze dentro le federe o sacchetti appositi, stenderle accompagnate, non perderle mai di vista insomma... ma haimè fatti importanti della vita quotidiana, spesso, ci colgono di sorpresa e ci fanno abbassare la guardia... ed ecco che i compagni si dividono e le calze solitarie si moltiplicano. (qualcuno preferisce non sapere e compra calze tutte dello stesso colore).
Ho parlato di questo tema con tantissime persone e trovo strabiliante come ogni persona si accenda al solo sentir nominare questo argomento (un pò per sdegno, un pò per sorpresa, un pò per rammarico e devo dire anche un pò per mania e spesso anche per voglia di ghignare).
Quel che è più interessante sono le più svariate informazioni che si ricevono sulle persone.

Prima di trovarmi a parlare di questo inusitato argomento, non mi ero mai posta delle domande (ad esempio) su quante variabili ci possano essere nello stendere la biancheria: ho scoperto che alcune amiche hanno una vera e propria necessità di stendere le calze affiancate! AH! Un'altra amica presente ha risposto che lei lo fa solo quando ha tempo! Ah! 
A me non era mai neanche venuto in mente!

Non che io voglia dire che sia giusto o sbagliato, ci mancherebbe, semplicemente ho ricevuto una nuova e solita lezione: diamo per scontato che gli altri si comportino più o meno come noi, che il modo in cui svolgiamo le attività o pensiamo il mondo sia l'unico esistente... e invece no! Anche un'operazione banale come stendere la biancheria svela delle sfaccettature di personalità inimmaginabili.
Approfondendo il tema con diverse persone, ho scoperto che esistono maniaci compulsivi che hanno un preciso ordine su come stendere i panni bagnati sul maledetto e ingombrante stendino, altri suddividono per forma o colore o capo d'abbigliamento... insomma il bucato ci interessa parecchio!
Lo vediamo nelle promesse di nuove sfumature dell'immacolato nelle pubblicità, lo vediamo nei detti popolari (i panni sporchi si lavano in casa), lo riconosciamo nelle corsie dei supermercati dove troviamo un numero esorbitante di tipologie di detergenti... senza renderci conto che contengono TUTTI la stessa cosa con lievissime differenze nella fluidità e nella profumazione.
Eppure i nostri panni ce li vogliamo lavare, stendere (come piace a noi) e ritirare nell'intimità della nostra casa.
E le lavatrici a gettone? Una nuova frontiera? Una nuova apertura verso l'altro? La maggioranza dei fruitori rimangono in attesa delle proprie "robe", a guardia dell'oblò vorticoso e delle proprie mutande! Beh lo farei anch'io... non si lasciano le mutande in giro... non so da dove arrivi questo comandamento... ma sento che mi appartiene... 
In verità mi sono anche trovata ad osservare dei bucati stesi... lo trovo sempre un pò imbarazzante, un pò come sbirciare da una serratura. (anche se il mio intento era puramente e antropologicamente autodidattico).
Era un pò che pensavo a questo post, perchè trovo estremamente interessante come da ogni inezia spicchi l'inesauribile sfaccettatura e individualità dell'uomo. 
Abitiamo, intrecciamo, personalizziamo ogni grano di materia, ogni forza lavoro, ogni intenzione volitiva, dentro ogni cosa introduciamo un'espressione personale e unica... persino nel bucato, appunto!
Credo che questa sia la grande forza creatrice dell'umano! 
Se immaginassimo di avere 100 robot programmati per stendere i panni, lo farebbero tutti nello stesso modo, nella sequenza impostata dal programmatore: non ci sarebbero sbavature, differenze, discriminazioni, tutti eseguirebbero la stessa azione nello stesso modo. Si potrebbe dire che una volta studiata la sequenza lo farebbero sicuramente in modo più efficace ed efficiente di noi umani... e non perderebbero calzini! (Di questo non sono sicurissima)

Gli umani realizzano, agiscono, percepiscono, discriminano e asseriscono, sempre e assolutamente, in modo soggettivo, creando sempre nuove dinamiche e variabili... creando... ovvero manifestando la propria scintilla divina.

In ogni inezia, in ogni passo, in ogni scarabocchio infantile, in ogni azione non automatizzata, in ogni sfumatura della voce e microespressione della faccia, nella pietà e nell'idiozia, nella banalità e nell'inutilità noi manifestiamo il divino, la variabile, la possibilità di interpretare la nostra vita secondo la nostra personalissima e inenarrabile soggettività... e questo è il primo regalo del cielo... il secondo? Potersene accorgere, vivere consapevolmente e godere di ogni istante, anche quando si stendono i panni... e ridere felici per ogni calzino smarrito!




sabato 7 gennaio 2017

Intensamente presente

Rassetta, sistema, sposta, ordina e riordina, apri, richiudi e riapri ancora...
Dopo tanto peregrinare e anelare, eccoci nella nostra casetta. 
Io e Cri abbiamo lavorato indefessamente per giorni, dal mattino appena svegli sino a notte fonda. 
Ci aprivamo varchi negli scatoloni e, pian pianino, rendevamo abitabile il nostro nuovo nido.
Giorni faticosi ma estremamente felici.
Nessun pensiero, nessuna proiezione nell'anno nuovo, nessuna prospettiva futura, nessun rimpianto per ieri, per i passaggi: intensamente e assolutamente presente.
Una sensazione meravigliosa!
Essere esattamente dove vuoi essere, insieme a chi vuoi essere, a fare quello che ami fare: impagabile, incommensurabile, ineguagliabile, come un orgasmo animico.
Certo ci sono disguidi di ogni tipo, fatica e stanchezza, ma essere qui, tutti e 7 insieme (sì perchè ci sono anche le due gatte e il cagnolone) a costruire il nostro nuovo mondo è un'esperienza elettrizzante, piena, intensa.
Mi aggiro nelle stanze, riconoscendo parti di ieri e pensieri di domani, mi soffermo sul balcone ad assaporare infiniti cieli tra i tetti, mi riconosco e mi ritrovo e tutto sa di buono.
Grazie a tutti quelli che ci hanno aiutato, ci hanno pensato, accompagnato, salutato in questo straordinario viaggio che è l'inizio di una nuova vita, di nuove esperienze, di nuovo.
Grazie!!! Grazie vita!
Mi rendo conto di essere un po' monotematica in questo periodo, parlo del trasloco, di casa, di cambiamento... ma ogni giorno mi arriva un nuovo insegnamento prezioso che non voglio dimenticare: 
assaporare il presente come unica realtà possibile è quanto auguro a me e ad ognuno per il prossimo anno... è un modo di vivere così pieno e vero che non credo possa esistere altro... 
eppure lo so, ci cadiamo tutti, nel rimpianto e nel ricordo, nelle rimembranze del passato, nelle proiezioni e nelle aspettative future... e non ci rendiamo conto di non vivere affatto, perchè l'unica cosa che abbiamo davvero è il presente... 
tutto il resto è niente. 
E questo è il mio proposito: esserci sempre, totalmente, 
amante di ogni istante presente.