...curioso nel mondo!!!


...curioso nel mondo!!!

I gatti sono curiosi, sornioni, saggi e liberi.



La ricerca continua del filo conduttore del significante

mi porta ad infilare i baffoni in molti luoghi interessanti...







mercoledì 7 novembre 2012

…A proposito di stagionalità…



 
Un moto molto in voga del qualunquismo di questi tempi è il famosissimo: “non ci sono più le mezze stagioni”.

È vero? Mi sono chiesta e come sempre è partito il volo pindarico dei miei pensieri che mi hanno portato a fare innumerevoli considerazioni.
È una vicenda controversa, secondo me le stagioni ci sono eccome e ben definite. Insomma visto che non sono più una ragazzina e qualche stagione l’ho vista passare, si può dire che le stagioni non sono sempre identiche ma subiscono innumerevoli mutamenti dovuti a variabili di ogni genere (non sempre solo legate al degrado ambientale). Possono esserci primavere piovose e paludose, calde e afose, violette e frizzantine, tardive o anticipatarie, generose di fioriture o stitiche e maleodoranti. Possono esserci estati torride e limpide, afose e dense, fresche e piovose, brulle o verdose, ricche di pomodori ma non di peperoni, ronzanti d’api o silenti nelle lievi brezze serali. Possono esserci autunni caldi e soleggiati, freddi e nebbiosi, piovosi e marcenti, rosseggianti e variegati, pieni di noci e non di castagne, profumati di funghi o secchi e sottili. Possono esserci inverni rigidi e lunghi, violetti e freddi, nevosi o asciutti, pungenti e soleggiati, uggiosi e miti, goliardici e festaioli, solitari ed intimisti. Insomma le mezze stagioni esistono e sono piene di magnifiche sfumature. Certo non si ripresentano con regolarità sempre uguali a loro stesse (e meno male aggiungerei), in verità ogni anno è una nuova sorpresa, perché la qualità delle stagioni influenza notevolmente l’atmosfera dei propri vissuti.

La controversia nasce in un’altra sfera della stagionalità, quella squisitamente culturale. In quest’ambito effettivamente è accaduto qualcosa di drammatico: le mezze stagioni sono scomparse e defunte. La cultura non è più legata all’essere (umano e naturale) ma strettamente e miseramente fondata da necessità economiche. Siamo all’inizio di novembre (e ogni anno accade prima) e già il Natale ha invaso i negozi, le vie, le vetrine, i pensieri... Ma come siamo appena entrati nel mese dei morti dove ci dovremmo raccogliere nella nebbia sottile e scaldarci il cuore con il pensiero rivolto  ai nostri cari, nell’intima atmosfera dell’estate di San Martino e invece arriva lo sfrenato luccichio di trine e campanelli? Ma come… e l’avvento? Possibile che nessuno conosca l’importanza (pedagogica ed ontologica) dell’attesa? Ecco cosa ci porta incontro l’avvento… la capacità di coltivare in noi il silenzio in attesa di una nuova nascita (i germogli della primavera che cominciano il loro cammino lemmi e determinati nel terreno gelato dall’inverno ma di questo mi dilungherò presto in un altro post :))… possibile che nessuno riconosca che seguire adeguatamente il ritmo della stagionalità è il metodo educativo per eccellenza per sviluppare una sana cultura ecologica che rispetta l’ambiente (umano e naturale) perché lo compenetra… ovvero lo vive su di sé come ritmo individuale sin da bambino e non soggiace alle leggi di mercato imposte dall’esterno. Tutte queste stagioni sono scomparse, viviamo in un’indistinta ritualità dettata solo da categorie merceologiche. Che tristezza! Ringrazio ogni giorno l’intera volta celeste che le mie figlie abbiamo scelto la scuola Waldorf dove ogni respiro è impregnato di presente, di stagionalità e ritmo. E non vedo l'ora lunedì di fare una bella lanternata ...

giovedì 1 novembre 2012

Pan dei morti …



Un aspetto della scuola Waldorf che condivido con enfasi riguarda le vacanze autunnali. In questa scuola il ritmo tra attività e riposo è molto equilibrato. Le bimbe hanno bisogno di spezzare i ritmi veloci e mattutini molto spesso. In questo momento, come dicevo, ci troviamo nelle vacanze autunnali. È bellissimo scandire la propria atmosfera, il respiro della casa assecondando lievemente la stagionalità. Siamo nel tempo dei morti, novembre! La nostra atmosfera casalinga si è dipinta di luce gialla delle candele, arancione del camino, di fiori stagionali come piccoli crisantemi e ciclamini vivaci.

E in cucina? In cucina oltre ad arrivare zucca e broccoli, oggi, in un fantastico giovedì mattina freschino e soleggiato solo a tratti, io e le bimbe ci siamo cimentate per la prima volta nella preparazione dei famosi biscottini chiamati ”pan dei morti”. Ho cercato diverse ricette in rete, non tutte mi soddisfacevano e quindi alla fine sono andata un po’ a naso.
Ho preso mezzo pacco di biscotti (tipo petit – sembra uno scioglilingua.. tipo petit, tipo petit, tipo petit… difficile provate a ripeterlo velocemente :)). Beh insomma li ho messi in una ciotola e subito la micina si è avvicinata interessata, domandandomi con gli occhi furboni cosa stessi facendo. Le ho messo in mano il mortaio e le ho lasciato cospargere il tavolo e il pavimento di frammenti di biscotto. I tonfi hanno subito richiamato l’attenzione della piccolona (la sorella numero uno), la quale si è precipitata in cucina affermando con un un tono che non considerava obiezioni “anch’io ti aiuto”. Preso un piccolo mattarello, anche la piccolona si è messa alacremente a pestare. Mentre le due sgarzoline mangiucchiavano e spargevano briciole, ho fatto una veloce panoramica tra i miei possedimenti culinari: pinoli? Una manciatina… uvette…. Ah già devo metterle a bagno… quante? Mmmmh una manciatina – nel frattempo cerco di ricondurre le bimbe alla ragione… basta mangiare biscotti… quindi gli offro il barattolino di cannela in polvere, comincia la solita litania: io, io , io e si risolve che entrambe danno una bella spolveratona di cannella… bene quindi afferro velocemente gli ingredienti e li pongo sul tavolo (come a creare un po’ di suspence… per distrarle insomma) cacao in polvere, zucchero di canna, mandorle, farina tipo 0, lievito per dolci (mezza bustina). Le dosi mi hanno sempre infastidito… quindi senza misurare troppo faccio mettere una manciata di mandorle sminuzzate, quattro cucchiai da minestra rasi di zucchero di canna alla piccolona e alla micina cinque cucchiaioni colmi di farina. Io aggiungo velocemente una spolverata abbondante di cacao e il lievito. Tutte insieme giriamo incuriosite dallo sbriciolone color cocciolato (come dice la micina) e aggiungiamo le uvette scolate e strizzate.  Nelle varie ricette ho letto che andavano messi solo gli albumi ma non so perché la cosa mi urtava… quindi ho sbattuto due uova intere e le ho mischiate al composto insieme ad una bella spruzzata di vino bianco. Impasta che ti impasta il tutto si fa molto appiccicoso… le bimbe incalzano… c’è bisogno di rinforzo e quindi chiamo a gran voce Cri, il padre delle due creature. A questo punto tutti insieme riusciamo a preparare (grazie alle mani ben infarinate) delle pallete (grosse come un mandarino) che adagiamo sulla leccarda preparata con un foglio di carta forno. Si schiaccia piano con il palmo della mano e si da quella forma un pò allungata. Tutto sommato (grazie all’aiuto) non è andata poi tanto male, poco spargimento di impastone marrone ed è stato un bel successo. Mettiamo in forno preriscaldato a 180 gradi e aspettiamo pulendo e rincorrendo le birbone. Beh dopo 20 minuti  i nostri biscotti erano pronti… buoni e la casa è simpaticamente odorosa di cannella…

Pollo Pollo

Quanti ricordi novembre , musica amicizia, giorni di intensità... un sorriso ad un amico!!!!

martedì 30 ottobre 2012

Occhi che guardano: il confronto



Mi piace parlare, mi piace guardare e mi piace ascoltare. La mia carissima sorella mi dice sempre che sono nata così: occhi che guardano.
Cosa c’è dietro a questo? Cosa vuol dire occhi che guardano?
Sono occhi che non si soffermano su un punto ma che scrutano i contesti, sono occhi profondi che lasciano intravedere i pensieri, sono occhi che indagano ed hanno spesso un punto interrogativo latente, sono occhi curiosi che cercano il meccanismo di funzionamento delle cose, delle situazioni e delle persone stesse. Sono occhi da cui è difficile nascondersi, sono occhi dai quali ci sentiamo osservati anche se non stanno guardando direttamente.
Sono occhi che cercano un continuo confronto con la realtà, ovvero occhi che non si accontentano della prima impressione ma che cercano l’altro (in senso ampio). Nel confronto poi è bello ascoltare, parlare e riguardare negli occhi e ritrovarsi cresciuti.
Penso che Diana (mia sorella) avesse ragione: sono nata così e viene prima questa mia caratteristica della professionalità. Sono diventata un pedagogista perché mi piace capire come funziona il mondo! Sono stata molto fortunata!

venerdì 26 ottobre 2012

Chimera



Guardando gli ultimi post scritti ho visto che c’è un filo conduttore: la solitudine.
Mi sono soffermata un attimo a pensare e mi sono domandata sinceramente se mi sento sola. In verità no, anzi essendo mamma, spesso agogno inutilmente un po’ di solitudine: per riuscire a dormire un po’, per dedicarmi a ciò che mi piace, per fare lavoretti, sistemare casa, farmi un giro senza trepidazione e lamentele, mettermi lo smalto, leggere un romanzo, studiare i mille libri che mi interessano, continuare il lavoro sulla biografia, andare in piscina, iscrivermi a qualche bel corso… insomma noia e solitudine non so cosa siano.
La solitudine è uno spazio mentale, uno stato d’essere, nessuno è mai solo, in ogni caso. Mentre parliamo, agiamo e siamo nel mondo dei sogni, contemporaneamente respira l’umanità intera (sulla terra e nei cieli). Non è difficile percepirla e riconoscerla ma siamo così imbavagliati e legati, accecati dal nostro io che non vogliamo vedere e sentire e, spesso, questo ci da sofferenza.
La vita è una magnifica avventura da gustare nel tragitto e non nelle ipotetiche mete che ognuno si prefigge. Le mete e i progetti sono sempre delle utopie perché il nostro progetto e la nostra meta si realizzano nella vita stessa (ovvero la biografia). Questo è lo scopo: scorrere la propria vita cercandone i nessi, il significato, il senso individuale tra ogni mio ieri oggi e domani. La sensazione di solitudine mi da traccia del fatto che ho smarrito la via intima della fratellanza, della vita sociale, del Karma stesso (individuale e dell’umanità).
Comprendere la relazionalità, in qualità di caratteristica fondante della personalità individuale che si attua in prima istanza nella relazione simbiotica nell’utero e poi nel rapporto duale con la madre, questo è il compito di ogni vita umana. L’incarnazione è il costituirsi stesso della dualità terrena: ogni giorno vorrei cercare di incontrare la scintilla cosmica di ognuno, indipendentemente dalla frenesia del fare e dell’avere. Urge nella società odierna tornare nell’essere e ricominciare ad attuare un vero Ascolto dell’altro, un ascolto fatto con i sensi, i pensieri, il cuore e la luce, un ascolto senza aspettativa: forse l’altro è in un momento diverso dal mio del cammino e forse ha solo bisogno che io tenda la mano e improvvisamente quelle mani danno calore. Si impone la domanda: quante mani toccate? Ma le avete ascoltate? Ogni mano ha una storia, un’energia, un pensiero e una domanda: è davvero ora di finirla, finiamo di stringere la mano del prossimo senza ascoltare il messaggio di cui è portatrice, abbracciamo i nostri simili in ogni stretta di mano, accompagnandola con lo sguardo e anche il sorriso. Finiamola di salutarci in modo formale e di circostanza ma pensiamo, ogni volta, che io esisto grazie allo sguardo dell’altro (quello che si intende per relazionalità come fondante l’identità personale).
Chimera


Ricordiamoci sempre, ogni giorno e ogni istante, che la solitudine non esiste ma è semplicemente un’affascinante chimera: 
il sogno di ognuno di essere unico e immutabile, ovvero divino, senza accorgersi che la scintilla divina corrisponde all’essere parte di un tutto.

mercoledì 24 ottobre 2012

Solissimamente



Lamicia basita


Ecco ho bisogno di scrivere perché non riesco a fermare il pensiero, sento vibrare sotto la pelle un vecchio sentimento, antico come me o come i miei labili ricordi, quella sgradita sensazione di esclusione. 
A tratti ho riconosciuto che era autoesclusione, ci ho lavorato parecchio e so che in qualche modo ci casco sempre. 
Ma l’allenamento continuo sull’io mi ha portato a riconoscere bene tutti quei meccanismi che mi portano ad allontanare le situazioni, le relazioni e le persone. 
Questo è un vantaggio in ogni caso perché mi consente di porvi rimedio quasi subito, però da un’altra parte riconosco bene quando invece davvero si sta attuando un meccanismo vero di allontanamento. 
Anche questo fatto purtroppo avviene molto spesso e mi crea non poco dolore. Anche su questo ho ampliamente ragionato e lavorato e ne ho comprese le ragioni: sono sicuramente una persona ingombrante, nella mia liquidità troppo spesso faccio da specchio alle persone e queste, quando non hanno voglia di specchiarsi, si allontanano. 
liquidità
Lo capisco e non ho astio (quasi mai o comunque non per molto) nei confronti delle persone, però quando arriva quella sensazione sotto i polsi, in fondo alla lingua, di paletti ben definiti (o meglio argini in quanto liquida) beh in quei momenti sono sempre orfana (in senso archetipico) mi viene una grande disillusione (certo laddove avevo investito nella relazione)… come spesso mi accade devo farmi una ragione che i miei fatti rimangono miei, che le persone condividono con me i loro momenti brutti e non quelli belli, che aiuto nel digerire le difficoltà ma poi vanno… certo questo come terapista è molto bello, ma nella vita interpersonale un po’ meno.
 Mi subissa una sensazione oceanica di solitudine che, per carità, è di tutti ma il percepirla, anzi propriocepirla, mi sgomenta sempre e mi smarrisce, sento sempre una sensazione di abbandono, di lutto e  vedo relazioni profonde e intense scemare nella gioia e nella serenità dell’altro.
foglie d'autunno







Ripeto: bello! 
Oggi, però, mi piace appassire nell’autunno 
come le foglie danzanti.